Da Simon Bolivar ad Antonio Gramsci, continua la rivoluzione venezuelana

Da Simon Bolivar ad Antonio Gramsci, continua la rivoluzione venezuelana

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L’INTERVISTA

La presenza a Roma di Julián Isaías Rodríguez Díaz in qualità di Ambasciatore del Venezuela rivoluzionario presso la Repubblica italiana offre l’occasione per confrontarsi, senza dover solcare l’Atlantico, con una figura tra le più significative del processo bolivariano iniziato da Hugo Chávez. Primo Vicepresidente della Repubblica nominato con la Costituzione chavista del 1999, poi alto magistrato, quindi rappresentante diplomatico del suo paese, l’Ambasciatore Rodríguez ci riceve presso la sede della legazione venezuelana con il calore e l’affabilità che, seppure avendo avuto poche occasioni d’incontrarlo, abbiamo già avuto modo di conoscere e apprezzare. Sull’ampio tavolo da lavoro, sotto lo sguardo marziale del ritratto di Simón Bolívar e quello sorridente e rassicurante del compianto Presidente Chávez, sull’ampia scrivania la nostra attenzione è catturata dall’immagine di Antonio Gramsci che campeggia su un volume dal titolo: «Gramsci, Italia y Venezuela». «L’autore è Jorge Giordani, il nostro Ministro della pianificazione. Ha studiato a Bologna, ha lavorato molto su Gramsci e ha tenuto varie conferenze qui in Italia, in particolare in Sardegna». Comincia così la nostra lunga, approfondita conversazione, nel corso della quale l’eredità teorica del pensatore comunista sardo sarà evocata più volte come fondamentale per comprendere il processo bolivariano e, più in generale, le profonde trasformazioni avvenute nell’ultimo decennio in America Latina.

A partire dall’elezione del Presidente Maduro, lo scorso 14 aprile, si sono registrati intensi tentativi di destabilizzazione del Venezuela, operati sia da forze interne che esterne. Nei giorni successivi alle elezioni presidenziali le opposizioni hanno dato luogo a manifestazioni violente contro il governo, con morti e feriti. Qual è oggi la situazione?
Io direi che è normale. Chi dirige il nostro processo politico – un processo pacifico, soggetto alle regole della democrazia borghese, e che si è dovuto conformare anche alle regole dell’elettoralismo borghese – sapeva che avrebbe a un certo punto incontrato delle difficoltà perché è molto difficile fare una rivoluzione senza violenza, in maniera pacifica, nel contesto della democrazia borghese. Non è che la rivoluzione cerchi la violenza: è che chi difende il vecchio apparato statale, la vecchia società non ne cede il controllo senza usare violenza. È questo che sta succedendo in Venezuela. È già successo: il colpo di Stato è stato violenza, lo sciopero del petrolio è stato violenza, l’occultamento dei prodotti alimentari è violenza, le campagne mediatiche per distruggere Chávez e Maduro sono violenza. Oggi le metodologie per portare avanti una guerra sono cambiate: le prime a comparire perseguivano l’annientamento fisico degli avversari ed erano condotte tramite eserciti privati o nazionali. Poi è venuta la guerra del fuoco diretto e indiretto, come sono state le due guerre mondiali. Successivamente è venuta la guerra cosiddetta di “quarta generazione” caratterizzata dall’utilizzo di eserciti professionali di mercenari e bande di irregolari: il terrorismo è guerra di quarta generazione. Poi è venuta la guerra di quinta generazione, ossia la guerra psicologica. Io penso che in questo momento in Venezuela stiamo vivendo una fase non solamente di guerra di quinta generazione, ma anche di sesta. In primo luogo è in atto una guerra psicologica per destabilizzare i cittadini, per portarli a pensare che la società alternativa non garantisca la loro sicurezza, non sia pacifica, ma sempre condizionata dalla necessità di dar l’assalto alla storia, e che, d’altra parte, non garantisca loro il soddisfacimento dei bisogni quotidiani. Per questo si nascondono zucchero, olio, pane. E nel nostro caso, segnato dalla convivenza con il nemico nel quadro di una rivoluzione elettorale, dove i nemici sono all’interno e competono con te, questi sono in condizione di fare la guerra dall’interno: ancora esistono capitali, imprese organizzate che sono avverse al nostro processo e collaborano con i nemici della Rivoluzione per ostacolarla in tutti i modi. Dunque, una fase di guerra psicologica in cui si giunge a ipotizzare che il paese possa essere addirittura invaso dagli Stati Uniti, o in ogni caso che si produca una situazione che dia luogo a una guerra civile. Ma, come dicevo, è in corso anche una guerra di sesta generazione: quella in cui si delegittimano le istituzioni. Si è cercato di delegittimare tutti i poteri dello Stato: il potere legislativo, l’esecutivo, il potere elettorale, il potere cittadino e quello giudiziario. L’obiettivo è privare le istituzioni di credibilità per creare un terreno fertile in cui tutto possa accadere. Ed evidentemente cercare di colpire la fedeltà delle forze armate alle istituzioni, in modo da aprire una breccia per usarle contro i poteri costituzionali, come spesso è avvenuto in America Latina (Cile, Brasile, Guatemala…). A questo fine è necessario mostrare che il governo è inefficiente. La guerra psicologica e di delegittimazione delle istituzioni crea paura, depressione. I cittadini sono manipolati individualmente e collettivamente per ingenerare l’eliminazione virtuale della tranquillità pubblica. Siamo in questa fase, e ce la aspettavamo. La particolarità del momento è che siamo privi del nostro Comandante: ciò ha offerto l’opportunità di creare una situazione di tensione nel momento in cui il leader fondamentale è morto e in cui, secondo l’analisi dei gruppi reazionari, nulla può fermare la guerra di quinta e sesta generazione. Questa guerra angustia il paese, angustia il governo, ma ci attendevamo che tutto questo potesse accadere e siamo preparati. Però la cosa più importante non è che sia preparato il governo, ma che lo sia il paese. Se il Venezuela in questo momento ha a suo favore un elemento di forza, è che i cittadini venezuelani sono quelli che in America Latina hanno il più alto livello di coscienza politica e sociale. Lo ha dimostrato il trionfo di Maduro. Non era una vittoria scontata, perché Maduro non veniva percepito nel paese come un dirigente capace di guidarlo: malgrado ne avesse le qualità e le capacità, non ne aveva l’immagine, e la popolazione vota molto in funzione dell’immagine. In secondo luogo il candidato dell’opposizione era reduce dalla campagna elettorale dell’autunno 2012 contro Chávez e ha studiato molto bene la sua propaganda. Per l’opposizione il momento era perfetto: venuto a mancare Chávez, il paese era percorso da un profondo dolore che induceva a un ripiegamento, alla perdita della capacità di agire. Contavano sul fatto che la nostra gente non avrebbe partecipato, come in parte è effettivamente accaduto. Ma abbiamo vinto, e vincere non era importante solo come fatto in sé, ma anche perché malgrado tutto il popolo ha dimostrato la maturità e la coscienza di affermare che non si sarebbe tornati indietro, con o senza Chávez: il processo politico di conquista di una società diversa deve proseguire, a prescindere da chi sia il candidato, che per di più era stato indicato dallo stesso Chávez. Un paese del genere, con queste caratteristiche e un simile livello di coscienza politica e sociale può affrontare perfettamente questa guerra. Il paese sa, i cittadini sanno che il governo non vende zucchero né olio, e sanno chi sta facendo queste canagliate. Inoltre l’opposizione non è compatta: al suo interno vi sono attriti più forti di quanto pensassimo tra un settore in tutto e per tutto fascista e un altro settore che ritiene di avere, a lungo termine, l’opportunità di giungere al governo. I due settori non coincidono appieno nell’azione. L’ala fascista è finanziata direttamente dagli Stati Uniti, nel modo più volgare, e per queste ragioni è normale quello che sta succedendo, ma noi vinceremo e andremo avanti.

Lo scorso 30 settembre sono stati espulsi dal suolo venezuelano tre funzionari statunitensi. Negli stessi giorni il Presidente Maduro ha annunciato la creazione del Centro Estratégico de Seguridad y Protección de la Patria, organismo dipendente dalla Presidenza della Repubblica per il rafforzamento della sicurezza interna. Quali finalità ha questa nuova istituzione?
Nei momenti di guerra bisogna prepararsi alla guerra. Dicevamo che non si tratta di una guerra con carri armati e missili, ma di una guerra di quinta e sesta generazione. A questa guerra fatta di voci, di terrorismo psicologico, in cui è potuto accadere che sia stata fatta circolare la notizia che il Presidente Chávez non sia morto, ma che sia ancora vivo e sequestrato, ed è stata diffusa una registrazione in cui viene imitata la voce del Presidente Chávez e la gente ha potuto credere di sentirlo parlare, una guerra che ha come finalità di diffondere nel paese la paura per il futuro, bisogna essere preparati per tutto. Quello che abbiamo fatto, semplicemente, è stato creare un istituto che raccolga tutte le informazioni che circolano nel paese e che le selezioni per il potere esecutivo, perché esso possa prendere le decisioni necessarie a neutralizzare le minacce all’interesse nazionale. Cosa succede ad esempio in Venezuela? Qualcuno sale sui tralicci dell’elettricità e li trancia con una cesoia, creando un’interruzione di corrente in tutta una città: bisogna quindi controllare chi sono quelli che salgono, quando e quante volte lo fanno e perché. Si devono controllare le dighe, per evitare che si producano sabotaggi con gravi conseguenze. Bombe, sequestri, ci sono episodi provati di tentativi di assassinio contro funzionari importanti del paese. Dunque la funzione di del nuovo istituto è ricercare queste informazioni, con una concezione che vada oltre quella prettamente poliziesca, in un’ottica strategica. Il centro strategico raccoglierà gli elementi informativi in materia di sicurezza, intelligence, ordine interno, relazioni estere e istituzioni pubbliche e private e controllerà che vengano applicate le direttive dell’esecutivo in funzione di una migliore conoscenza della situazione operativa tramite gli organi di sicurezza. Ossia sarà una sorta di coordinamento di tutti gli organi di sicurezza con il fine di rendere possibile il reperimento di tutte le informazioni necessarie per affrontare questa guerra di quinta e sesta generazione. L’ organismo, che funzionerà molto vicino al potere esecutivo e al presidente, ha in definitiva come missione di attenuare gli effetti della guerra economica contro il nostro paese. Una guerra che colpisce la sicurezza del Venezuela in molti aspetti: sicurezza alimentare, della circolazione, di volare, terrestre.

La campagna elettorale delle forze rivoluzionarie ha posto molto l’accento sulla lotta contro la corruzione: quali misure ha assunto il governo in questi primi mesi?
Il Presidente ha appena sollecitato poteri speciali per combattere la corruzione. I poteri speciali sono previsti dalla Costituzione, che consente al potere esecutivo di chiedere al parlamento il conferimento della facoltà di legiferare su una materia specifica in un momento determinato (in questo caso per un anno). La previsione riguarda situazioni di emergenza, di urgenza, di estrema gravità. Fino a questo momento abbiamo aperto processi, sollecitando il potere giudiziario e il potere cittadino perché cooperino nell’assicurare la sicurezza del paese. Abbiamo colpito interessi interni, anche nella sfera del governo, gente che ha utilizzato denaro pubblico e la propria posizione nell’amministrazione per arricchirsi notevolmente. Gli accusati vengono giudicati in questo momento e il paese sta vedendo come si stia tentando di creare una nuova etica pubblica. Io sono avvocato e sono cosciente che non necessariamente le leggi risolvono questi problemi; tuttavia ci si appresta a discutere e varare varie leggi. Credo che per combattere questo genere di fenomeni siano necessari vari elementi: innanzitutto la volontà politica e efficienza dei poteri pubblici – e in particolare in quello giudiziario – perché i crimini commessi non restino impuniti. Ma è necessario soprattutto un alto grado di coscienza collettiva. I cittadini devono accompagnare le istituzioni, giudicarle, anche decidendo di allontanarsi da chi le rappresenta e di non condividere quello che si sta facendo, fino a denunciarlo, se è il caso. I meccanismi della società devono rafforzare il consenso alla lotta contro la corruzione e l’impunità. In ciò giocano un ruolo importante i mezzi di comunicazione, le università, le scuole, tutto quel che serve a rafforzare moralmente una società. L’appello che si sta facendo, le sanzioni che si stanno infliggendo a settori dello stesso governo sono un segnale importante. E se c’è necessità che le sanzioni si estendano a dirigenti dell’opposizione, per quanto possano essere importanti, penso non ci si debba trattenere. Se si permette che qualcuno costituisca un’eccezione all’applicazione della legge, si tratti di un avversario o di un alleato, si lascia un fianco scoperto perché la gente perda fiducia nelle decisioni che vengono assunte.

Il Plan de la Patria 2013-2019 pone ambiziosi obiettivi di trasformazione strutturale della società venezuelana in senso socialista, ponendo l’accento anzitutto sulla pianificazione come metodo per armonizzare, sviluppare e dirigere democraticamente l’economia. A quali principi s’ispira la pianificazione bolivariana? Quali passi si sono già fatti in questo senso?
Uno dei fattori più difficili da gestire nel processo di transizione politica verso una società diversa dal capitalismo è trovarsi circondati dal capitalismo da tutte le parti. Non ci si può trasformare in un’isola socialista, pena restare bloccati per effetto delle proprie stesse scelte. La nostra pianificazione in questo senso tende a che le grandi imprese strategiche del paese siano in mano statale: telefonia, elettricità, siderurgia, la terra controllata dallo Stato in funzione della sua produttività. Ancora non ci siamo posti il problema delle banche. Lavoriamo per creare coscienza tra i lavoratori affinché sentano, nelle imprese nazionalizzate da loro dirette, che la responsabilità della direzione del processo non è semplicemente dello Stato venezuelano, che è necessario parteciparvi tutti con onore, capacità, efficienza e spirito di servizio e con un acuto concetto di sovranità. La Costituzione già dispone che petrolio e gas siano patrimonio inalienabile dello Stato. Questo ci ha fino ad ora garantito le risorse per organizzare la risposta agli attacchi del capitalismo e dell’imperialismo che vogliono schiacciarci. Dunque in primo luogo abbiamo riservato alla mano dello Stato le imprese strategiche, di servizio e d’interesse pubblico: ecco il primo elemento della nostra pianificazione. In secondo luogo stiamo lavorando affinché il Venezuela non sia un paese monoproduttivo: fino ad ora la gran debolezza del Venezuela è stata esserlo. Il controllo del petrolio non è nelle mani dei paesi che lo esportano, come alcuni pensano. Le fluttuazioni del suo prezzo dipendono in realtà dai paesi che commerciano con il petrolio: essi acquistano opzioni sulla produzione futura e giocano sulla domanda e sull’offerta per speculare e incrementare i profitti. Dobbiamo guardarci dal credere di poter avere un margine di manovra garantito dal petrolio, perché questo non è sicuro. Per di più oggi si vuole sostituire il petrolio con le fonti di energia rinnovabili, e questo pone le condizioni perché un giorno ci ritroviamo con il petrolio ormai inutile come accadde in passato all’Inghilterra con il carbone. Infine, per quanto innegabilmente il petrolio sia una benedizione, esso è stato per il Venezuela anche una maledizione. Il petrolio produce tanta ricchezza che parte di essa arriva fino agli strati più poveri della società, e in Venezuela si sono fatti pochi sforzi per costruire un’economia diversificata grazie al lavoro. Per questo abbiamo pensato che dobbiamo creare alternative. Stiamo incentivando l’industria mineraria di base: ferro, alluminio. Stiamo sviluppando il turismo e stiamo lavorando per sviluppare il settore agroalimentare, la coltivazione della terra con sistemi moderni per renderla produttiva. Abbiamo terra fertile, acqua sufficiente, un clima che ci permette di produrre per tutto l’anno e uno dei grandi fattori di debolezza che abbiamo è che la nostra è un’economia fondata sulle importazioni: importiamo quasi il 90% di quello che consumiamo. Per questo, creare un’alternativa al petrolio per evitare che il Venezuela sia un paese monoproduttore, e in secondo luogo aprirci perché il paese conquisti la sua sovranità economica. Con la sovranità economica potremo affrontare questa come qualunque altra situazione futura creata dall’attacco da parte dei paesi imperialisti.

Ciò suppone un cambiamento della natura dello Stato, a partire dalla sua concezione fino all’organizzazione delle istituzioni. Nella ripartizione del Poder Público Nacional, accanto ai tre poteri tipici dello Stato liberale trovano posto il potere cittadino, di cui lei stesso è stato figura preminente come Fiscal General, e il potere elettorale. In cosa si sostanzia il potere cittadino? Che ruolo svolge nell’assetto costituzionale rivoluzionario?
Effettivamente abbiamo rotto con la tradizione dei tre poteri e ne abbiamo cinque. Non è stato né un capriccio né un atto di superbia, ma una scelta che corrisponde al nostro processo storico. Bolívar concepì il potere cittadino nel congresso di Angostura del 1819 come un potere di controllo sugli altri poteri e sul paese. Lui lo chiamò “potere morale”, ispirandosi alle istituzioni greche e ad alcuni aspetti del parlamentarismo britannico per stabilire un meccanismo che conferisse unità al paese. Occorre ricordare che noi siamo una società che non è né europea, né africana, né aborigena, ma un miscuglio di tutte e che con questa mescolanza ha creato una sorta di nuovo essere umano che ha bisogno di avere punti di riferimento che gli diano unità, equilibrio e armonia. Nelle intenzioni di Bolívar il potere cittadino, il “potere morale”, doveva essere la fonte di tale unità ed equilibrio. Nel congresso di Angostura la proposta di Bolívar non passò, non perché fu respinta ma semplicemente perché i deputati la ritennero troppo avanzata per essere applicata in quel momento storico. Questa esperienza del Libertador l’abbiamo raccolta nella Costituzione del 1999. Il Ministerio Público, la Controloria General de la República e la Defensoría del Pueblo si riuniscono in determinati momenti, conservando la loro autonomia, per formare il Consejo Moral Republicano. L’adunanza può assumere decisioni e in questo si sostanzia il potere cittadino. Oggetto di tali decisioni è il controllo sull’etica: possono venire sottoposti a giudizio i magistrati del Tribunale supremo e qualunque altro funzionario pubblico sottomesso alla competenza del Consejo Moral Republicano. Possono essere definite modalità per modificare o proporre politiche pubbliche finalizzate a rafforzare, unificare, dare credibilità al paese, a evitare i rischi nella società.

E per quanto concerne il potere elettorale?
Nel 1826 Bolívar incluse nella costituzione della Bolivia anche il potere elettorale. Noi abbiamo trasferito anch’esso nella Costituzione del 1999. Nella nostra Costituzione esso ha ancora più rilevanza che in quella di Bolívar. Abbiamo stabilito una quantità di procedure referendarie. Tramite referendum revocatorio, il Presidente può essere revocato, come i deputati, i governatori, i sindaci. Per via referendaria si possono annullare le decisioni del potere legislativo e proporre progetti di legge. Ogni referendum suppone una votazione di tutto il paese. Durante il governo del Presidente Chávez si sono avute quattordici elezioni: referendum, elezioni amministrative, parlamentari, quattro elezioni presidenziali, quella dell’Assemblea costituente, quella per approvare la Costituzione – la nostra è una delle poche costituzioni al mondo, non so se l’unica, ad essere stata approvata dal paese per via referendaria. Per questo il potere elettorale è indispensabile. La sua efficienza è comprovata e si tratta di un’istituzione il cui prestigio è riconosciuto in tutto il mondo. In questo momento, ad esempio, stiamo assistendo la Russia per attualizzarne il sistema elettorale. I nostri avversari sostengono che questo potere si presti ai brogli, ma non hanno mai potuto dimostrarlo.

Nel quadro del progetto di transizione al socialismo, il Plan de la Patria pone l’obiettivo di “propiziare la democratizzazione dei mezzi di produzione e dare impulso a nuovi modi di articolare le forme di proprietà, collocandole al servizio della società”. Che ruolo si attribuisce, in questo quadro, ai lavoratori organizzati?
Nella storia della Rivoluzione bolscevica, la prima decisione assunta da Lenin fu il decreto mediante il quale si regolava la produzione e si stabiliva il controllo di Stato su di essa. Di fronte a ciò, il settore privato si oppose e si procedette alla confisca. L’iniziativa non ebbe successo, vi furono delle restituzioni e si produsse una situazione conflittuale tra settore pubblico e privato che perdurò fino alla fine dell’Unione Sovietica. La stessa situazione l’hanno sperimentata successivamente altri sistemi socialisti: Cina, Vietnam, Cuba. Occorre apprendere dai pregi e dai difetti di quelle esperienze. Nel nostro caso, la Rivoluzione è ancora troppo giovane per affrontare il nodo fino in fondo. La nostra stessa Costituzione garantisce la proprietà privata. In Venezuela essa è rispettata, malgrado quanto dicono gli avversari della Rivoluzione. Se lo Stato espropria un’azienda privata paga l’indennizzo corrispondente, ma non la confisca. Il proprietario ha sempre il diritto di sollecitare un arbitrato giudiziario sul valore dell’indennizzo. A fronte di ciò, le imprese strategiche sono come già detto controllate dallo Stato. Nell’industria petrolifera, che è la nostra produzione più remunerativa, abbiamo realizzato associazioni di partecipazione in cui lo Stato ha sempre una percentuale maggiore che il settore privato. Ma ci sono imprese che funzionano con capitale privato: i mezzi di comunicazione. Noi non abbiamo nazionalizzato nessun mezzo di comunicazione, al punto che sappiamo che la maggioranza di essi avversa il governo. È avvenuto che ci siamo resi conto di tentativi di sabotaggio del processo rivoluzionario da parte di alcune imprese. Ad esempio nel fondamentale settore delle cartiere. Quell’industria cominciò a dare segni di disequilibrio, a diminuire la produzione, a richiedere sempre più denaro. Lo Stato l’ha nazionalizzata e consegnata ai lavoratori. La consegna di questa e altre industrie ai lavoratori risponde a una concezione strategica del processo rivoluzionario, molto legata all’esperienza italiana. Il Partito comunista italiano negli anni ’20 ha avuto in Antonio Gramsci un luminoso segretario generale, uno dei fari fondamentali del socialismo, che si propose di attualizzare i concetti classici del socialismo. Durante le lotte operaie torinesi egli giunse alla conclusione che i lavoratori, per essere l’elemento trainante della costruzione di una nuova società, dovessero essere presenti nel processo di produzione non solo come produttori, ma anche per capire il funzionamento della produzione e della distribuzione e per trovare le forme attraverso cui rompere con la divisione del lavoro e interconnettersi, non solamente tra loro come lavoratori ma con la società. Insomma essi dovevano trovare le forme per farsi costruttori di fatto, tramite l’azione, di un processo sociale stabile e nuovo che si potesse vedere e toccare. Apparvero così i “consigli di fabbrica”, che noi abbiamo riprodotto in Venezuela come “consigli operai”. Lo stiamo facendo nelle imprese strategiche e nazionalizzate, ma non ancora nel settore privato. Essi possono apparire nel settore privato su iniziativa degli stessi lavoratori. Bisogna essere consapevoli che i consigli dei lavoratori non devono essere appendice di nessun partito, nemmeno del partito di governo, ma nemmeno devono rispondere alla strategia del governo: devono esprimersi autonomamente, senza essere nemici del governo. Devono stabilire un equilibrio a livello sociale, perché sono di fatto loro i promotori della nuova società: questa è la forma della nuova società ed è in ciò la sua prima manifestazione. È quanto stiamo sviluppando in Venezuela e abbiamo avuto alcuni risultati interessanti. In primo luogo abbiamo distinto i consigli operai dai sindacati. Il sindacato è un organismo rivendicativo, mentre i consigli operai sono organi formativi della società ed hanno il compito di dare contenuto ideologico alla lotta. Naturalmente ciò ha prodotto conflitti tra sindacati e consigli operai. Abbiamo fatto in modo che i consigli operai si articolassero socialmente, anche uscendo dall’impresa per appropriarsi di uno spazio territoriale più ampio. Insomma: la competenza dei consigli non è ristretta alla fabbrica, ma a tutto il territorio nazionale, e stiamo lavorando perché la loro strutturazione cresca fino ad articolarsi in modo uniforme in tutto il paese, anche integrandosi con i consigli comunali che sono gli organismi politici della società. Essi rappresentano per noi un fronte di massa: non semplicemente un luogo in cui i lavoratori discutano i problemi della fabbrica, ma dove si occupino di tutti i problemi del paese. In questo senso essi devono assumersi compiti politico-culturali. Gli aspetti produttivi sono importanti, ma occorre che i consigli si facciano carico anche della distribuzione e del consumo dei beni. Essi devono essere organismo di controllo, non isolarsi dentro la fabbrica o nell’ambito locale, ma ampliare il raggio d’azione a tutta la società, anche a livello internazionale. La nostra concezione s’ispira fondamentalmente a Gramsci, che è chi per primo ha indicato questa direzione di marcia, perché qualcosa di simile non è esistito nemmeno nell’Unione Sovietica. È questa una delle esperienze che ci permettono di dire che Gramsci è stato recepito dal processo bolivariano per sviluppare il nostro socialismo. Gramsci affermava la necessità di un socialismo che fosse internazionale, ma che affondasse le radici nella realtà nazionale da cui necessariamente sorge e da cui non può distaccarsi. È quanto stiamo mettendo in pratica.

Il 22 maggio scorso il Presidente Maduro ha annunciato la creazione delle milizie operaie, ponendo l’accento sul ruolo centrale da attribuire alla classe operaia nella fortificazione di un’alleanza civico-militare per portare avanti la costruzione del socialismo bolivariano. Si sono fatti passi avanti su questo terreno?
Una delle caratteristiche del nostro processo è di aver avuto origine da un’alleanza civico-militare resa possibile dal fatto che il Presidente Chávez provenisse dal settore militare, senza avere alle spalle un partito organizzato. Egli sviluppava un pensiero non militare, un pensiero sociale coltivato nel solco del marxismo, ma veniva dall’ambiente militare. Evidentemente i suoi amici, il gruppo che creò nelle caserme per accompagnarlo, si è unito a lui al momento della sua ascesa al potere. Successivamente si è andato sviluppando un parallelismo tra società civile e militare, che sono andate integrandosi a poco a poco, nella misura in cui si sviluppava il processo. I nemici della rivoluzione hanno favorito tutto questo. Il colpo di Stato del 2002, per esempio, ha avuto come conseguenza che si rafforzasse l’alleanza civico-militare, perché si trattò di un golpe militare maturato in settori delle forze armate utilizzati dagli Stati Uniti e dall’oligarchia venezuelana per abbattere il governo democratico. Ciò ha ripulito l’esercito da una buona parte – io direi un ottanta per cento – di quei settori di destra. Ma ha anche spinto altri settori all’interno delle forze armate ad unirsi al processo rivoluzionario. È stato interessante notare come ad esempio sia stato compito specifico dei militari risolvere problemi come quelli dell’aiuto all’alimentazione. Tutti i militari di ogni rango si sono incaricati di provvedere, organizzare, supervisionare il processo di aiuto all’alimentazione. Tramite i cosiddetti “mercati popolari” dove si comprava a metà prezzo, dove le persone avevano accesso a beni di consumo che non si trovavano perché i nemici li nascondevano o li incettavano, i militari hanno conquistato una nuova vicinanza al popolo, che li ha visti sotto una luce diversa. Oltre a ciò, dal punto di vista sociologico i nostri soldati sono, dalla guerra d’indipendenza, di estrazione popolare. Per accedere al servizio militare, in Venezuela, non è necessario far parte delle classi privilegiate. Al contrario, gli oligarchi disprezzano i militari. Ciò ci ha favoriti, perché i soldati sono gente del popolo, le cui famiglie patiscono i problemi delle classi popolari. L’alleanza civico-militare non è stata quindi un trauma, ma al contrario un modo di unirci, e ogni giorno quest’alleanza si fa più forte, limpida e sicura. Civili e militari si riconoscono reciprocamente come difensori di un processo che li inorgoglisce, dà loro dignità, li riafferma come cittadini. In questo contesto sono nate le milizie, che sono un’istituzione tipica di tutti i paesi rivoluzionari: la milizia dà disciplina, senso della patria, stimola l’impegno, organizza, permette anche di creare uno spirito di corpo per combattere i nemici del processo, ed è questo che si sta facendo con i lavoratori. Si stanno creando le milizie operaie. Noi non pensiamo che possa prodursi un’invasione del nostro paese, ma in quel caso saremmo preparati e non faremmo come a Masada, dove gli zeloti si suicidarono in massa per non capitolare al nemico, ma lasciando di fatto a quest’ultimo il controllo della città. Noi ci batteremmo fino in fondo.

Un fatto nuovo rilevante degli ultimi mesi è stato la presentazione del Plan Mamá Rosa, finalizzato all’eguaglianza e all’equità di genere e allo sradicamento del patriarcato. Quali sono i contenuti della politica della Rivoluzione per la liberazione della donna?
Le donne hanno svolto un ruolo fondamentale nella nostra Rivoluzione. Un ruolo che definirei più importante di quello degli uomini. Le donne sono state più leali al processo rivoluzionario che gli uomini, si sono spese più a fondo per esso. Sin dalla Costituente, uno degli obiettivi che ci siamo posti è stato agire perché la dominazione secolare sulle donne cominciasse a scomparire in Venezuela. Alcuni hanno messo in discussione la nostra Costituzione perché rispetta il genere: “Il presidente/la presidente”, “il procuratore/la procuratrice”, ecc. L’intera nostra Costituzione è pensata per sottrarsi all’uso del linguaggio come forma di dominazione sulla donna. In questo momento la maggior parte dei nostri poteri pubblici sono presieduti da donne: a presiedere il potere elettorale è una donna, così come avviene per il potere giudiziario e per il potere cittadino. Restano il legislativo e l’esecutivo, ma non è difficile immaginare che un giorno possiamo avere tutti e cinque i poteri presieduti da donne. Nella nostra lotta d’indipendenza le donne hanno avuto un ruolo fondamentale, sicché la nostra è una Storia non fatta solo dagli uomini. Nel parlamento venezuelano c’è sempre stata una presenza femminile molto importante, sicché abbiamo dato vita in primo luogo a una legge che perseguisse severamente la violenza contro le donne in tutti i sensi: non solo la violenza nella coppia, ma anche nelle strade e sul lavoro. Si è stabilita una proporzionalità nel processo elettorale per fare in modo che la partecipazione delle donne fosse più o meno paritaria rispetto a quella degli uomini: le nostre donne elette negli organismi pubblici si trovano in situazione più o meno di equilibrio rispetto agli uomini. Ancora non ci siamo riusciti nei sindacati e nei consigli operai. Ma nelle istituzioni, dove lo Stato può esercitare un controllo, abbiamo spinto con fermezza in questa direzione. I settori più creativi, l’anima intellettuale del paese sono certamente le donne, che si sono organizzate. Credo che in questo momento vi sia maggiore organizzazione tra le donne che tra gli stessi lavoratori, malgrado la tradizione sindacale sia molto più lunga. Sono nati gruppi femministi, ma non è il movimento femminista a dirigere il processo di liberazione della donna: i gruppi femministi fanno parte di quel processo, ma esistono una pluralità di gruppi che lo dirigono, legati o meno che siano alla tradizione femminista. La situazione della donna nella Rivoluzione è forse una delle maggiori conquiste che abbiamo realizzato. Dicevo all’inizio che una delle cose che più ci inorgogliscono è sapere che c’è coscienza politica e sociale nel paese: ebbene, questa coscienza, l’impegno, il lavoro in tutti gli strati della società ha più consistenza tra le donne che tra gli uomini.

La Rivoluzione bolivariana ha fatto del vostro paese uno dei principali protagonisti nella costruzione di un mondo multipolare. Il Venezuela ha intense relazioni con la Russia ed è notizia recentissima la firma di nuovi protocolli con la Cina per il rafforzamento della cooperazione bilaterale. Come valuta il vostro governo la situazione attuale?
Il Presidente Chávez, con una concezione strategica della lotta antimperialista, ha sviluppato varie direttrici che ci sono state molto utili per sostenere e stabilizzare il nostro processo a livello nazionale e internazionale. Una di queste è l’integrazione regionale tramite l’ALBA, la CELAC,UNASUR, ecc. La CELAC è uno strumento per creare un centro di discussione, senza la presenza di Stati Uniti e Canada, dove le nazioni latinoamericane possano avere più libertà per decidere dei propri problemi. Prima ancora abbiamo creato UNASUR, che ha giocato un ruolo molto importante nel caso dei tentativi di colpo di Stato in Bolivia ed Ecuador perché essi non avessero successo. Dunque l’integrazione latinoamericana è la nostra prima direttrice per la creazione di un equilibrio multipolare. Ma a partire dal piano economico Chávez ha visto più lontano, pensando all’Europa, alla Russia, alla Cina. Con la Russia abbiamo realizzato un’alleanza strategica che va molto oltre il terreno economico, finalizzata a stabilire un equilibrio multipolare nel mondo, che si è manifestata ora nel caso della Siria: il ruolo della Russia è stato determinante per evitare una nuova guerra mondiale. L’occupazione da parte degli Stati Uniti della Siria avrebbe destabilizzato la regione e, come effetto di ciò, avrebbe dato luogo a una serie di conseguenze che avrebbero senza dubbio investito la stessa Europa. Fortunatamente nove paesi d’Europa hanno fatto causa comune con la Russia e lo stesso parlamento britannico ha bloccato l’alleanza sciagurata con Obama sostenuta dal Primo ministro. La Cina ha la sua propria strategia a livello mondiale. Sarebbe ingenuo dire che i nostri rapporti con la Cina corrispondano a una visione strategica condivisa. La Cina deve alimentare un miliardo e trecento milioni di abitanti, praticamente un quarto della popolazione mondiale. Essa ha cercato il modo di avvicinarsi all’America Latina, un continente pacifico, con risorse idriche abbondanti e terre fertili, con risorse naturali intatte, soprattutto per quanto riguarda la vegetazione, perché quelle principalmente sfruttate fino ad ora sono state i minerali. La Cina ha lavorato per intessere forti relazioni con l’America Latina come spazio per relazioni commerciali ed economiche. Noi abbiamo il petrolio e alla Cina interessa il petrolio. Da questo punto di partenza abbiamo sviluppato con loro una relazione che ha beneficiato entrambi. In questo momento esportiamo vero la Cina circa un milione di barili di petrolio al giorno. Poco, se si considera che verso gli Stati Uniti esportiamo tre milioni di barili. La Cina ci sta aiutando nel settore agroalimentare e in generale nella politica di sviluppo della nostra economia. Esiste un fondo cinese per il Venezuela, garantito con petrolio, che ammonta a venti miliardi di dollari. Questo permette di lavorare con tranquillità, soprattutto dal momento che stiamo combattendo una guerra finalizzata a piegare il paese e a liquidare il processo rivoluzionario, condotta dagli Stati Uniti e dai paesi che ad essi sono subordinati, e tra questi la maggioranza dei paesi europei, alcuni attivamente e altri passivamente. Ad essi si aggiungono anche alcuni paesi americani: non molti, tre o quattro. In ogni caso, per contrastare gli effetti di questa politica di destabilizzazione della Rivoluzione, la Cina ci ha teso la mano e noi crediamo di poter essere, insieme alla Cina, un fattore di equilibrio per l’America Latina. Anche la Cina ha giocato un ruolo importante in Siria, sebbene non attivo come quello della Russia, come pure è accaduto nel caso Snowden: la Cina è stata la prima a proteggere Snowden prima del suo passaggio in Russia. Insomma, credo vi siano una quantità di mosse nella scacchiera politica internazionale in cui la Cina, la maggiore economia del mondo in questo momento, non può essere ignorata né da noi, né dagli Stati Uniti, né dall’Europa, né da nessuno.

Dall’ALBA alla CELAC, il chavismo ha dedicato molti sforzi all’integrazione latinoamericana, restituendo vitalità al progetto bolivariano di Patria grande e dando vita a una molteplicità di organismi di grande importanza. A che punto si è giunti e quali obiettivi si pone il Venezuela per il prossimo futuro?
Abbiamo cominciato costruendo l’ALBA, che abbiamo concepito come un laboratorio e ci ha dato eccellenti risultati. S’incontrano in questa esperienza una quantità di aspetti positivi non solo per giustificare il progetto, ma soprattutto per capire che l’unità dei popoli dell’America Latina è assolutamente necessaria se fatta lealmente, senza trappole né tentativi di creare una gerarchia tra i partecipanti. L’ALBA è apparsa come reazione all’ALCA, il sistema dei trattati di libero commercio degli Stati Uniti con i paesi latinoamericani. L’ALCA stabiliva varie condizioni. La prima era che tutte le controversie fossero sottoposte ai tribunali nordamericani. Ciascun paese che sottoscriveva gli accordi perdeva la propria sovranità giuridica. Oltre a questo, i contraenti erano sottoposti alle politiche protezioniste degli Stati Uniti, che creano uno sbilanciamento nelle economie degli altri paesi. Firmando l’ALCA si accettavano queste due diseguaglianze: la rinuncia alla giurisdizione e il diritto degli USA di mantenere una diseguaglianza economica a favore della loro produzione. L’ALBA è stata il frutto di una proposta lanciata da Fidel Castro e Chávez ed iniziata da Cuba e Venezuela, che col tempo si è estesa fino all’Honduras. Quando essa è arrivata all’Honduras, gli Stati Uniti hanno vi hanno visto una seria minaccia e hanno orchestrato il golpe contro Zelaya, arrestandone la crescita. Allora si è creata Petrocaribe, un’ALBA concreta, solo per il petrolio. Abbiamo acconsentito a un interscambio di petrolio a prezzo diverso da quello di mercato, accettando pagamenti rateali e anche in merce. Abbiamo creato un meccanismo perché il petrolio circolasse in America Latina, grazie al Venezuela, senza che ciò costituisse un onere maggiore per gli altri paesi della regione. Petrocaribe si è consolidata ormai grazie alla partecipazione della grande maggioranza dei paesi del continente. ALBA e Petrocaribe funzionano su principi nuovi: la solidarietà in primo luogo, ma anche la complementarietà. Gli scambi possono essere effettuati tramite la soddisfazione delle rispettive necessità. Abbiamo insomma recuperato il metodo del baratto delle società aborigene. Cuba ad esempio riceve petrolio e paga con servizi medici, sportivi, educativi, l’Uruguay paga con i formaggi, il Nicaragua con carni e fagioli. Un terzo principio, fondamentale, è quello dell’eguaglianza, contrariamente a quanto avviene nel caso dell’Unione Europea in cui ciascun partecipante ha un peso diverso nelle votazioni in funzione del volume della propria economia. Nelle nostre istituzioni regionali ciascun paese ha lo stesso peso degli altri. Abbiamo creato un esperimento di moneta unica: il Sucre. Si tratta di una moneta virtuale che serve a sostituire il dollaro, ma che non dà luogo alla cessione della sovranità monetaria a un “centro” come avviene qui con l’Euro. C’è anche la CELAC, cui facevo riferimento prima: uno spazio politico la cui funzione è in certo modo di sostituire l’Organizzazione degli Stati Americani su basi più democratiche, senza la presenza di Canada e Stati Uniti. E infine c’è Mercosur, un organismo d’importanza capitale in questo momento. Inizialmente vi aderivano Paraguay, Argentina, Brasile e Uruguay: due giganti e due nani. Noi siamo entrati a farne parte, e questo ha dato all’istituzione maggiore equilibrio: noi non siamo né nani né giganti, ma la nostra adesione ha aperto uno spazio democratico di discussione. Siamo entrati con il petrolio e stiamo lavorando per far aderire Ecuador, Bolivia e chiunque volesse entrare, anche per sostituire il vecchio Mercato andino costituito da Colombia, Perù, Venezuela ed Ecuador. Ma vogliamo anche fare del Mercosur un centro di negoziazione della regione, per non negoziare isolati ma invece come polo regionale e modificare le relazioni doganali per evitare di continuare a essere sfruttati grazie a meccanismi dettati dagli Stati Uniti e dalle altre potenze. Tutto ciò sta già dando risultati importanti.

Il consolidarsi dell’Alleanza del Pacifico tra Messico, Colombia, Perù e Cile può mettere in discussione il processo d’integrazione latinoamericana?
L’ Alleanza del Pacifico è ciò che resta dell’ALCA. I quattro paesi che ne fanno parte hanno probabilmente fatto una scelta che ritengono più vantaggiosa dal punto di vista politico e in considerazione della loro vicinanza agli Stati Uniti. Non credo che ci danneggeranno.

Alessio Arena

in data:31/10/2013

 

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