Il Monsignor Oscar Romero che denunciò la repressione della dittatura militare nel Salvador.

Il Monsignor Oscar Romero che denunciò la repressione della dittatura militare nel Salvador. Ai suoi funerali non partecipò Giovanni Paolo II.

Nasce il 15 agosto del 1917 in un piccolo paesino chiamato Ciudad Barrios. Una terra ricca e fertile dove l’attività principale era la coltivazione del caffè.

Apparteneva ad una famiglia molto modesta. Suo padre era telegrafista e sua madre un’impiegata postale. Il piccolo Oscar aiutava la sua famiglia, sin da giovane, a consegnare le lettere all’interno della sua comunità e durante i suoi interminabili giri, aveva sempre la fermezza di fare una pausa nella chiesa del paesino. Il padre voleva che suo figlio diventasse falegname ma ben presto il giovane Oscar capì che non era quella la sua vocazione.

Tutte le notti si svegliava, mentre gli altri 7 fratelli dormivano, e silenziosamente si poneva ai piedi del suo letto e pregava. Ogni giorno andava in chiesa e recitava il rosario.Grazie alla forte devozione materna, Oscar nel 1929 in groppa ad un mulo lascia Ciudad Barrios e comincia il suo cammino verso il Seminario Mayor di San Miguel.

El Salvador, un piccolo paese del Centro America, negli anni ’30 vive un periodo di forti conflitti sociali. Nel 1932 alcuni contadini si ribellano al governo centrale che risponde uccidendoli in massa. In questo clima di violenza, Oscar continuò la sua formazione prima nel seminario di San Miguel e successivamente coi gesuiti nel seminario di San José de la Montagna.

Nel 1937 grazie alle sue capacità accademiche, alla sua disciplina e alla sua forte spiritualità, viene scelto con il suo amico Valladares per continuare i suoi studi a Roma presso il collegio Pio Latinoamericano.

La Roma che frequenta in quegli anni, è la Roma della II guerra mondiale con gravi difficoltà giornaliere. Nello stesso periodo riceve la dura notizia della morte di suo padre. Nel 1941 termina i suoi studi e durante il viaggio di ritorno verso casa fu fatto prigioniero dai nazifascisti e portato a Cuba,

Oscar Romero

Oscar Romero

Tornato in El Salvador comincia la sua vita come padre. Fu inviato presso la comunità di San Miguel per praticare la sua vita pastorale. Nei suoi 20 anni nella diocesi di San Miguel realizzò molte attività. Però già in questa fase comincia a crearsi nemici all’interno della stessa diocesi per le sue idee anti – conformiste che si scontravano con le famiglie benestanti del luogo.

Per il suo ottimo lavoro nella diocesi di San Miguel fu nominato Segretario della Conferenza Episcopale del Salvador e dopo del Centro America. Il 21 aprile del 1970 la Chiesa lo nomina Vescovo Ausiliare del El Salvador.

Nello stesso anno, El Salvador vive una profonda crisi sociale, economica e politica. Si affermano organizzazioni popolari di sinistra e la violenza comincia a colpire molti settori della società salvadoregna. In questa fase, pur riconoscendo la necessità di un cambiamento all’interno della società, Romero critica aspramente quelle forme di organizzazioni popolari che richiamano l’uso della violenza per realizzare cambi drastici. Inoltre critica quei sacerdoti che simpatizzano con le ideologie socialiste e comuniste che vengono ritenute dal Monsignore, una pura forma di ateismo.

Il 15 ottobre del 1974 è nominato Vescovo della Diocesi di Santiago di Maria. A Santiago de Maria c’è una crisi che interessa la maggioranza del popolo. Lui stesso affermò che lì si scontrò con la miseria.

Le sue attività a Santiago de Maria vivevano con l’armonia della sua gente che lo amava e lo seguiva con affetto. Nel frattempo però nel paese aumentavano gli episodi di violenza contro i contadini che chiedevano al governo militare di Molina riforme sociali. Anche la comunità di Santiago de Maria fu scossa da eventi tragici. Quando un gruppo di contadini, di ritorno da un atto liturgico, fu represso con la morte dai reparti dell’esercito salvadoregno, il vescovo Romero, chiede al Governo Molina un’investigazione al rispetto.

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La sua situazione diventava sempre più pericolosa.

L’anno 1977 vede il Salvador in una escalation di violenza senza precedenti. Il paese è investito da forti agitazioni popolari e l’esercito, insieme all’estrema destra rispondono con fermezza e con dura repressione.

Il 3 febbraio del 1977 Romero fu nominato Arcivescovo del Salvador. La sua nomina fu accettata anche dalla parte conservatrice della società perché nonostante tutto risultava ancora una persona affidabile.

Il 2 marzo del 1977 succede qualcosa che scuote profondamente il Padre Romero, il Padre Rutilio Grande viene assassinato. A dargli la notizia fu lo stesso Molina. Quando seppe che ad uccidere Rutilio Grande furono reparti dell’esercito egli rifiutò, da quel momento, qualsiasi riunione con lo stesso governo.

Rutilio Grande

Rutilio Grande

In questa fase l’estrema destra comincia a reprimere i settori della chiesa di base, quella più compromessa contro la dittatura militare. Cominciano le stragi contro i settori più popolari della società e soprattutto contro i contadini che era la parte più vicina ai movimenti popolari di sinistra che in quegli anni predicavano la rivoluzione socialista.

Ogni domenica, durante le sue omelie, c’erano sempre più fedeli ad ascoltarlo. Diveniva un appuntamento costante per la gente del paese. Le sue omelie erano dei duri attacchi contro la violenza perpetuata dal governo militare. Attraverso alcuni mezzi di comunicazione come, la radio YSAX e la rivista “Orientamento” lui divulgava la pace. Cosi comincia nello stesso momento una campagna intimidatoria nei suoi confronti.

Le divisioni non interessarono solo la popolazione ma anche la stessa chiesa. Quando ritornò a Roma per la seconda volta, l’allora Papa Giovanni Paolo II gli disse di non esagerare con le sue denunce.

Di qui in avanti si registrano una serie di uccisioni che colpiscono il mondo della chiesa cattolica salvadoregna e che mettono in serio pericolo la vita stessa del Monsignore Romero.

Il 12 maggio del 1977 viene ucciso Padre Alfonso Novarro, il 28 novembre del 1978 tocca ad Ernesto Barrera. Il 20 gennaio del 1979 viene ammazzato Octavio Ortiz insieme a 4 catechisti, il 20 giugno del 1979 viene ucciso Rafael Palacios, ed infine il 4 agosto del 1979 tocca al Padre Napoleon Macias. In questo periodo venivano uccisi sacerdoti, preti, catechesi e componenti appartenenti alla chiesa di base.

Il padre Romero non ha paura, anzi, continua con più determinazione la sua denuncia contro il potere vigente nel paese in quel periodo.

Il 15 ottobre del 1979 un gruppo di giovani militari va al potere attraverso un golpe di stato mettendo fine alla presidenza di Romero. La nuova giunta civico militare viene salutata positivamente dal Monsignor Romero anche perché all’interno della giunta vi era la partecipazione di alcuni settori della chiesa cattolica di base. Ma ben presto la giunta fu corrotta e i cattolici lasciarono i vari incarichi istituzionali.

La vita di Oscar Romero era sempre più in pericolo e lo conferma l’attentato fallito nei suoi confronti nel mese di marzo del 1980 quando 72 candele di dinamite furono messe all’interno della Basilica del Sacro Cuore di Gesù. In quell’occasione sarebbe stata una strage vista la numerosa presenza di fedeli all’interno della basilica.

Il 23 marzo del 1980, Monsignor Romero pronunciò la più chiara omelia contra la violenza nel paese. Per molti quella fu la sua sentenza di morte….“vi supplico, vi ordino in nome di Dio, che termini la repressione”.

Erano le 6,24 del 24 marzo del 1980, quando il sottoufficiale della Guarda Nazionale, Marino Samayor (solo dopo 31 anni si è giunti al colpevole), sparò contro l’Arcivescovo di El Salvador Monsignor Óscar Romero durante la celebrazione della messa nella Cappella della Divina Provvidenza. Con questo tragico evento veniva eliminato un personaggio che seppe denunciare con fermezza e coraggio le atrocità della dittatura salvadoregna del Colonnello Arturo Armando Molina.

La sua ultima omelia, quella del 23 marzo del 1980, fu un duro atto d’accusa contro il Governo del Salvador. Il giorno dopo, durante la celebrazione della messa un sicario con una pistola col silenziatore sparò al cuore del Monsignor che morì davanti all’altare. La violenza che combatté costantemente, durante la vita sacerdotale non cessò neppure durante il suo funerale che fu caratterizzato da un bagno di sangue. Molti fedeli furono uccisi e molti altri feriti da fuochi d’arma da fuoco. A quel funerale non partecipò l’allora Papa Giovanni Paolo II che delegò a presiedere la celebrazione a Ernesto Corripio y Ahumad, arcivescovo di Città del Messico.

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