Intervista a François Houtart

(VIDEO) Intervista a François Houtart

François Houtart en Ecuador

François Houtart in Ecuador

Intervista a Francois Houtart (realizzata da Davide Matrone nella città di Quito)

François Houtart (Bruxelles, 1925) già docente universitario è un sacerdote cattolico belga e sociologo marxista, fondatore del Centro Tricontinentale (CETRI), è attivo presso l’Università Cattolica di Lovanio e la rivista “Alternatives Sud”. Si tratta di una figura nota nel movimento per la giustizia globale e “altermondista”.
 
D.M.: Nell’ultimo incontro in Pucahuaico nella sua analisi sulla “Sumak Kawsay ed il Pianeta”, ha parlato della necessità di costruire una nuova alternativa al paradigma del capitalismo. Quali sono gli elementi di questo nuovo paradigma?
Gli elementi costitutivi sono relative a questioni che tutte le società devono risolvere, vale a dire, prima di tutto la relazione con la natura, la seconda è la produzione della vita, la produzione materiale per vivere, in terzo luogo la organizzazione collettiva, la quarta è la cultura, il modo in cui gli esseri umani leggono la realtà e la costruiscono attraverso l’etica sociale. Questi sono i quattro elementi di tutte le società. La questione del nuovo paradigma deriva dal fatto che il capitalismo è in contraddizione con la vita umana sul pianeta al punto che sta distruggendo – come ha affermato Karl Marx – le due fonti della stessa ricchezza: la natura, da un lato, e ora il problema ormai noto della crisi climatica è la prova di ciò, e dall’altro, distrugge anche il lavoro, vale a dire le attività fondamentali degli esseri umani. Di fronte a questo scenario abbiamo bisogno non solo di un adattamento, ma di una trasformazione del sistema e quindi la definizione di un nuovo paradigma, per essere concreti questo significa ridefinire le quattro componenti della vita collettiva dell’umanità sul pianeta. Vale a dire: ricostruire il rapporto con la natura, passando dallo sfruttamento al rispetto come fonte di vita e in questo senso l’ispirazione dei popoli originari dell’America Latina è interessante con il loro concetto della Pachamama, la Madre Terra, con il Kawsay Sumak, il principio del buen vivir o vivir bien. Inoltre abbiamo bisogno di una nuova definizione di economia che non sia solo un valore aggiunto in termini di interessi di una minoranza, ma di costruire l’economia come attività collettiva umana che produce la base materiale di tutta la vita, della vita materiale, insieme alla vita fisica, la vita culturale, la vita spirituale di tutti gli esseri umani sul pianeta, ciò significa non solo proporre un’altra definizione, bensì un altro concetto in cui il valore d’uso prevalga sul valore di scambio, cioè rispetto alla possibilità di vendere e trasformare i beni in merci, caratteristica propria del capitalismo per accumulare e ottenere un profitto, una nuova prospettiva dunque. Inoltre l’organizzazione collettiva dell’umanità che conta ormai 7 miliardi di persone, non può essere realizzata senza la diffusione della democrazia in tutti gli ambiti, non solo in politica, ma anche in economia e nel modo di funzionamento di tutte le istituzioni sociali, tra queste le attività culturali, sportive, religiose e nelle stesse Nazioni Unite, evidentemente. Infine abbiamo il multiculturalismo: lo sviluppo del capitalismo si è definito in funzione di una singola cultura, quella occidentale, identificata con la crescita capitalista e non possiamo accettare di emarginare o distruggere tutte le culture del mondo, al contrario, bisogna dare la possibilità a tutte queste culture, a tutti i saperi, a tutte le religioni, di contribuire a questa lettura e anche all’etica necessaria per costruire quello che io chiamo il bene comune dell’umanità che è lo stesso diritto alla vita. Questo è un piccolo riassunto di ciò che intendo per ‘altro paradigma’.
D.M.: Nel 2010, durante la Conferenza Mondiale per i diritti della Madre Terra a Cochabamba (Bolivia) è stata proposta l’istituzione di un Tribunale internazionale per i danni ecologici e i crimini contro la natura. Lei è tra i promotori di questa Istituzione.
Sì, infatti esiste una Corte sui crimini di lesa umanità, il Tribunale penale internazionale dell’Aja; l’idea sarebbe quella di organizzare un tribunale contro i crimini ambientali, gli assalti contro la natura, contro la Madre Terra, volendo esprimersi in questo modo. L’idea è stata lanciata lì e in realtà mi hanno chiesto di parlare della reale possibilità di organizzare un tribunale e provare a dimostrare che non si tratta di un fatto impossibile, perché è stato fatto per altri aspetti come per i diritti umani o i crimini contro l’umanità. Questo è un proposito che può avere successo, ci vorrà del tempo ancora prima che l’opinione pubblica mondiale e i leaders mondiali accettino l’idea ma penso che un giorno potrà essere realizzato.
 
D.M.: Nel suo libro “delegittimare il capitalismo, ricostruire la speranza” si affronta il tema della Teologia della Liberazione come critica dell’attuale sistema capitalista e fonte di forza e di speranza del popolo. Quali sono per lei, la critica principale e la speranza maggiore della Teologia della Liberazione oggi?
La Teologia della Liberazione è precisamente una teologia che riconosce il contesto, che non è costruita tra le nuvole, ma nella contemporanea realtà umana, di fatto ogni teologia è contestuale, perché non si parla della Luna o del pianeta Marte ed esiste sempre in un contesto, il vantaggio della Teologia della Liberazione, però, è che lei lo riconosce, riconosce il contesto e dice che il Vangelo, i valori del Vangelo, ci costringono a vedere la realtà della vita sociale ed economica del genere umano attraverso gli occhi dei poveri; questa è la specificità della Teologia della Liberazione, di riconoscersi in quanto contestuale. Il Vangelo obbliga a vedere la realtà e il contesto in base alla situazione dei poveri, degli oppressi, perché la povertà è un rapporto sociale, non un fatto naturale. In tal senso la Teologia della Liberazione avanza una critica del capitalismo come costruzione della povertà, crea molta ricchezza come mai nella storia del mondo ma allo stesso tempo concentra la ricchezza ed esclude milioni di persone, specula, ad esempio, sui beni alimentari, costruisce la fame. Così la critica della Teologia della Liberazione è in riferimento ai valori del Regno di Dio ed è precisamente una critica del capitalismo che distrugge la vita e che non permette la riproduzione della vita stessa a lungo termine. Questa è la critica fondamentale.
D.M.: Oggi però si parla anche una di crisi della Teologia della Liberazione, lei ha citato nel suo libro che c’è una Teologia della Prosperità che si sta diffondendo.
La Teologia della prosperità è quella che ha attecchito in alcuni nuovi movimenti religiosi, soprattutto protestanti, basati sull’idea che la ricchezza è un segno della benedizione di Dio, secondo la quale se si possiedono beni è grazie alla volontà di Dio. Si tratta di una teoria che ignora completamente i meccanismi di costruzione della ricchezza basata sullo sfruttamento e sul fatto che la ricchezza delle multinazionali oggi è in gran parte dovuta al saccheggio, per esempio, delle ricchezze del terzo mondo, come, ad esempio, nel caso delle miniere.
La Teologia della Prosperità, quindi, si basa sull’assenza totale di un’analisi di come si costruisce la ricchezza oggi e ci colloca in una situazione come quella in cui l’Antico Testamento dice che la ricchezza dei beni agricoli, del buon raccolto, è il risultato della bontà di Dio. Applica la stessa lettura, lo stesso concetto della società capitalistica, legittima la società capitalista e in questo senso probabilmente si avvicina alla tesi del sociologo tedesco Max Weber che ha teorizzato di etica protestante e dello spirito del capitalismo, sostenendo che l’etica protestante del risparmio, del non consumare tutto quello che viene prodotto, era al tempo degli albori del capitalismo molto funzionale per il capitalismo stesso. Ecco, questa è un po’ la idea semplicistica – la ricchezza come segno della benedizione di Dio – che è presente in questo tipo di teologia, se si può parlare davvero di teologia.
 
D.M.: Il prossimo ottobre in Brasile si apre il Secondo Congresso Continentale di Teologia, in concomitanza con il 50° anniversario del Concilio Vaticano II e il 40° anniversario della pubblicazione del libro di Gustavo Gutiérrez,“Teologia della Liberazione”, due eventi molto importanti. Quale sarà il contributo dei sostenitori della Teologia della Liberazione in questo prossimo evento brasiliano?
La questione dipende dalla possibilità di esprimersi dei teologi della Liberazione, perché sappiamo in primo luogo che esiste una repressione ecclesiastica molto forte. Ero a Roma lo scorso anno, il Primo Maggio, quando ci fu la beatificazione di Giovanni Paolo II e l’attuale Papa nell’omelia ha espresso una condanna della Teologia della Liberazione che non ha mai avuto spazio fino ad oggi di diffondere, promuovere sé stessa, di comunicare attraverso la stampa cattolica o i media di comunicazione, né nei seminari o nelle facoltà di teologia in cui è di fatto vietata. Quindi dipenderà tutto dalla possibilità che avrà la Teologia della Liberazione di potersi esprimere. I teologi della Liberazione certamente ci sono ancora anche se non possono insegnare nei seminari e nelle facoltà di teologia. Tutto dipenderà da loro e se saranno in grado di applicare la Teologia della Liberazione alla crisi economica globale che oltre che economica, è in realtà una crisi di civiltà, perché non è solo una crisi finanziaria ma è anche, tra l’altro, una crisi alimentare, una crisi energetica e climatica. Quindi vedremo adesso se ci sono teologi che lo fanno molto chiaramente come Leonardo Boff e, in questo senso, se vi è una base per la sfida fondamentale della Teologia della Liberazione oggi, che è palesemente la molteplicità della crisi in cui si trova oggi il mondo, crisi causata dal sistema capitalista. Ritengo che la Teologia della Liberazione deve riflettere e vedere che cosa significa tutto ciò di fronte ai valori del Regno di Dio, alla volontà di Dio, alla salvezza, di fronte al ruolo di Cristo, di fronte alla storia, al ruolo della Chiesa. Sono tutti aspetti che si devono riprendere in funzione della crisi fondamentale in cui viviamo.
D.M.: Papa Giovanni Paolo II ha avuto un ruolo importante nell’occultamento della Teologia della Liberazione. Leonardo Boff a proposito di Giovanni Paolo II ha detto: “C’è stata una contraddizione tra le attività del Papa e i suoi insegnamenti. Esteriormente, è apparso come un campione di dialogo, di libertà, di tolleranza, per la pace e per l’ecumenismo. Ma all’interno della Chiesa ha censurato il diritto di espressione, ha vietato il dialogo e ha prodotto una teologia dai forti accenti fondamentalisti”. Cosa ne pensa di questa affermazione?
Beh, ho conosciuto personalmente molto bene Giovanni Paolo II, perché diventammo amici trent’anni fa, quando ero un sacerdote molto giovane. MI incaricai di organizzare la sua vacanza in Belgio, al fine di contattare i giovani lavoratori e i vari movimenti cattolici e mi ha invitato più tardi, quando era vescovo di Cracovia, in Polonia, ci sono stato più volte. In seguito è stato anche lui un membro della sottocommissione di Teologia che ha preparato il documento della Chiesa sulla Chiesa nel mondo di oggi. Sono stato segretario della redazione del testo di introduzione e anche lui ne era membro. Così l’ho conosciuto bene e in realtà era ed è un Papa moderno, ma un conservatore moderno nel senso di usare media esistenti, di viaggiare, di comunicare, ma il suo modello di Chiesa è un modello molto conservatore, fortemente influenzato dalla situazione polacca, dalla Chiesa polacca, che doveva difendersi, essendo in posizione di difesa ha pensato che l’unico modo per la Chiesa di sopravvivere era un dogma chiaro con una Chiesa forte e un’etica abbastanza chiusa. Quando è stato scelto come Papa era convinto che lo Spirito Santo aveva eletto lui per imporre il suo modello, per farlo più semplice, applicando il modello polacco alla Chiesa universale. Ed è per questo che sono stati applicati questi principi della Chiesa universale e per lui la Teologia della Liberazione era inaccettabile, perché minacciava l’autorità ecclesiastica della Chiesa. Se inoltre, si prende come base della costruzione teologica la realtà, l’analisi della realtà non può venire solo dall’alto delle autorità intese come l’unico esempio di interpretazione teologica possibile, ciò entra in conflitto con una certa idea dell’autorità della Chiesa, anche perché una buona parte della Teologia della Liberazione ha adottato l’analisi marxista considerandola la più adeguata per analizzare il capitalismo e i suoi effetti sociali; ciò è considerato del tutto inaccettabile, come ha affermato l’attuale Papa Ratzinger: “se si adotta l’analisi marxista si finisce inevitabilmente per approdare all’ateismo”, affermazione non vera. Sostengono, però, questo punto di vista, di conseguenza la lotta contro la Teologia della Liberazione è stata fondamentale per preservare la loro idea di autorità della Chiesa e per difendersi dall’ateismo. Così Giovanni Paolo II è stato molto duro contro la Teologia della Liberazione e ha incaricato Ratzinger di fare praticamente tutta la teoria, quando era presidente della Congregazione per la difesa della fede e, naturalmente, essendo stato nominato Papa, segue la stessa linea.
 
D.M.: Tornando al Concilio Vaticano II che segna una pietra miliare qui in America Latina: Tutti i credenti vedevano una speranza per il futuro della Chiesa e per gli oppressi. Qui in Ecuador la trasformazione di una Chiesa liberatrice è diventata una realtà attraverso la figura di Mons. Leonidas Proaño. Qual è, secondo lei, l’impegno più significativo di monsignor Proaño con gli oppressi del suo paese?
Esattamente, monsignor Proaño, lo conobbi quando fu nominato vescovo, era molto interessato prima alla YCW  (Gioventù Operaia Cristiana) e quando è stato nominato vescovo di Riobamba è rimasto molto colpito dalla situazione degli indigeni e dalla loro sofferenza terribile, dall’oppressione dei proprietari e dalla società in generale. Così, con la sua profonda convinzione cristiana, giunse alla conclusione che il messaggio di Cristo poteva fare autentica la Teologia della Liberazione prima ancora che fosse pubblicato il libro “Teologia della Liberazione”, fu membro molto attivo del CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano ), che prima del Concilio Vaticano II era composto da diversi vescovi progressisti. Singolare il fatto che fosse un episcopato di vescovi molto conservatori che aveva nominato vescovi progressisti nel CELAM, poiché non erano davvero interessati a questa istanza; molti pensano che fosse una perdita di tempo e scelsero i vescovi che avevano già avuto contatti internazionali e che davvero avevano studiato in Europa e di conseguenza conoscevano un po’ tutti i movimenti di rinnovamento della Chiesa prima del Concilio, così i vescovi del CELAM del gruppo negli anni ’50, era un gruppo progressista e monsignor Proaño era uno di loro.
Poi arriva il Concilio e la CELAM svolse un ruolo centrale, perché, contrariamente a quanto ci si aspettasse non ha seguito gli episcopati spagnoli o portoghesi che erano molto conservatori, ma seguirono, almeno per la maggior parte dei leader del CELAM e ciò ebbe un impatto centrale per l’evoluzione del Concilio Vaticano II, perché il numero di vescovi latino-americani era piuttosto grande. Monsignor Proaño è stato anche attivo nella preparazione dei documenti del Concilio stesso e in tutto ciò che si muoveva intorno al Concilio. Per esempio, si formò un gruppo di vescovi chiamato “la Chiesa dei poveri” con Helder Camara, il cardinale belga Suines e circa settanta vescovi che si incontravano regolarmente. Incontri che solitamente avvenivano nel Collegio belga a Roma. I partecipanti provavano a seguire tutti gli aspetti del lavoro del Concilio in funzione dei poveri e degli oppressi. Lui è stato un membro attivo di questo gruppo.
Si può dire che l’opera di monsignor Proaño si sviluppò prima di tutto qui in Ecuador per alimentare giustamente tutta la presa di coscienza dei popoli indigeni e di certo è stato un elemento importante sia nella rinascita del movimento indigeno e per la difesa dei loro diritti, sia sul piano internazionale per il Concilio Vaticano II.
 
D.M.: Con monsignor Proaño inizia una lotta per la difesa dei diritti umani, tanto che nel 1986 ci fu una campagna che lo proponeva come candidato al premio Nobel per la Pace. Dopo la sua morte iniziò un nuovo processo per il movimento indigeno che continua ancora oggi con l’opera che ha lasciato. Cosa ne pensa di questa nuova fase del movimento indigeno per la difesa dei diritti dei popoli indigeni dell’Ecuador?
Penso che monsignor Proaño è davvero molto amato dai popoli indigeni. Continua ad essere “il vescovo degli indios e dei poveri” e già allora è stato considerato come un santo, è il loro santo. Per loro è, in definitiva, un personaggio che ha segnato la storia per la piena solidarietà con i poveri. Non si può affermare lo stesso della Chiesa istituzionale, perché era in parte davvero in conflitto con gli altri vescovi in quanto l’orientamento è diverso ed essendo oggi la Chiesa ufficiale chiaramente gerarchica e conservatrice, evidentemente non si celebra molto la memoria di monsignor Proaño. Forse assistiamo a una certa ripresa dell’influenza di Proaño che è qui molto popolare e ha una certa importanza tanto da aver voluto costruire una basilica o Pucahuaico. Tutto questo è totalmente opposto alla mentalità di monsignor Proaño ma non al ricordo dello stesso o al fine di recuperare il suo corpo sepolto nella cattedrale di Ibarra. Segnali positivi, ma sono l’unico riferimento reale al vescovo Proaño, non c’è ancora davvero uno sforzo sistematico per riprendere tutto il contributo spirituale e teologico di questa figura come parte della vita della Chiesa di oggi e, infine, da un punto di vista direi più politico, nel pieno senso della parola. Lo spirito di monsignor Proaño è importante perché ha avuto e ha ancora un grande impatto attraverso i suoi scritti, per aver dato dignità alle popolazioni indigene; lo vediamo negli attori politici attuali delle popolazioni indigene; monsignor Proaño rimane un riferimento e in questo senso il suo lavoro certamente continua.
[Trad. dal castigliano di Ciro Brescia]

Informazioni su QUITO LATINO

Notizie dall'Ecuador e dall'America Latina
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...