Intervista a Nelly Arrobo Rodas della Fundación del Pueblo Indio Ecuadoriano.

Intervista a Nelly Arrobo Rodas, della Fundación del Pueblo Indio Ecuadoriano

Perché Monsignor Proaño riposa qui a Pucahuaico?

Dunque dobbiamo fare qualche passo indietro. In data 29 genaio 1985 Leonidas Proano abbandonò l’incarico di Vescovo di Riobamba. Restò in questa città fino all’aprile dello stesso anno pensando di restarci a lungo, me nel frattempo si rese conto che non era possibile. Un avvenimento, poi lo scosse. Alla scadenza del suo mandato come vescovo di Riobamba, non fu nominato nessun vescovo titolare se non un ausiliare che ebbe il compito “d’amministrare l’ordinario”. Con questa scelta, praticamente, si voleva mettere in discussione il suo lavoro. Per lui tutto questo fu un vero e atroce castigo. Quindi pensò che Riobamba non fosse il luogo adatto per continuare le sua attività. Cercava costantemente un posto dove poter andare e alla fine non avendolo incontrato decise di ritornare nel suo paese natale: San’Antonio de Ibarra. Nello stesso mese, cioè nell’aprile del 1985, fu istituito il Primo Dipartimento Pastorale Indigeno. Al Monsignor Proaño giunse, finalmente, una buona notizia. Fino ad allora non esisteva un Dipartimento per gli indigeni e Monsignor si domandava come mai esistesse per l’Opus Dei e per i militari e non per gli indigeni.

Perché la Chiesa non aveva ancora realizzato un Dipartimento Indigeno secondo te?

Perché fino ad allora la Chiesa aveva continuato ad avere una sola faccia, ossia quella bianca – meticcia e mai india.

Ritorniamo alla scelta di questo luogo di riposo per il Monsignor Proaño….

Si, dunque nel frattempo Monsignor lasciò Riobamba e scelse due posti dove trascorrerre i suoi ultimi anni. Il primo fu Quito dove aprì un ufficio di lavoro trascorrendo metà settimana. Veniva ospitato nella Casa del Sagrado ove gli fu concessa una camera da parte di Padre Pablo Nuñez Vega. Il resto della settimana riposava qui a Sant’ Antonio de Ibarra a casa di un cugino. Nel frattempo si costruiva questo piccolo complesso religioso che sarebbe divenuto, poi, il luogo del suo ultimo ed eterno riposo.

Per quanto tempo visse in questa casa?

Purtroppo per alcuni mesi. Qui vi giunse nel maggio del 1988 e in agosto morì. Con lui, in questo luogo, hanno vissuto tre persone tra cui la sottoscritta la quale l’ho accompagnai nel suo ultimo viaggio all’estero. Fu ricevuto nella Scuola Politecnica Nazionale di Vienna dove fu poi insignito del Dottorato Honoris Causa Premio Bruno Kreisky per la difesa dei diritti umani.

Il Monsignor nasce qui a Sant’Antonio nel 1910. Mi racconti della sua giovinezza trascorsa nel suo paesino?

Praticamente visse a Sant’Antonio de Ibarra dalla nascita fino all’iscrizione al Seminario Minor di Quito. Il padre gli affittò una piccola camera ad Ibarra in compagnia di sua madre.Il fine settimana però doveva assolutamente lavorare la terra con suo padre. I suoi genitori erano molto umili e non avevano nemmeno conseguito il titolo della scuola elementare. Lavoravano la terra ed avevano bisogno d’aiuto.

La gente qui come lo ricorda?

C’è la testimonianza di un suo amico su tutti che lo descriveva come un ragazzo tenace, sveglio, attivo ma anche gioviale ed amichevole. Quando frequentava il Seminario a Quito riuscì a mettere su qui a Sant’Antonio un centro culturale che però si svuotava non appena se ne andava via. Era un centro pieno di fermento e di attività aggragativa e aveva lo scopo soprattutto di aggiornare la gente su quanto accadeva nel Paese. Inoltre si aggiornavano i fedeli su tutto ciò che si verificava nella Chiesa Cattolica.

Com’era il suo rapporto con la gerarchia ecclesiatica?

Per molto tempo lui non riceveva risposte. Si rese conto presto che c’era tanta gente che non aveva un pezzettino di terra e la stessa Chiesa era una grande proprietaria terriera. Ebbe molto presto problemi con la gerarchia. Volle studiare l’enciclica di Leone XIII e la famosa Rerum Novarum quella che tratta della Dottrina Sociale per intenderci. Capì qual’era la sua vocazione sin dal principio cioè stare e restare dalla parte dei poveri perché lui sostanzialmente nacque da una famiglia povera. Quando divenne sacerdote disse che non si sarebbe potuto ritornare indietro, il cammino era segnato e non bisognava lasciare soli tanti poveri. Diciamo che fu segnato dall’educazione che ricevette nella JOC (Juventud Obrera Catolica). Quando divenne vescovo di Riobamba cominciò a fare delle visite nelle varie comunità indigene della regione per comprendere fino in fondo le condizioni materiali di questa gente. Era la prima volta che si verificava questo. I vescovi precedenti quando anadavano in giro nelle comunità controllavano i registri dei battesimi e dei matrimoni senza interessarsi affatto delle condizioni degli indigeni. Quando Monsignor Proaño vide per la prima volta questi luoghi esclamò :”qui mi stava attendendo Dio”. Non voleva che si scrivesse degli indigeni cioè che si aggiungesse altra letteratura ma voleva che si aiutassero materialmente. E’ significativo a questo punto citare la lettera che inviò al professor Roberto Morales Almeyda. In questa lettera il Monsignor descriveva la situazione di totale indigenza nella quale vivevano gli indigeni. Addirittura diceva che avevano un aspetto sporco e ripugnante e che a volte non riusciva a trovare un pezzettino di carne pulito dove poter esercitare la comunione.

Ho notato che nella piccola chiesetta ci sono solo 8 affreschi che raffigurano personaggi indigeni?

Si è proprio cosi nella chiesetta abbiamo fatto dipingere esclusivamente visi indios e devi sapere che a tutti non è piaciuta questa scelta e addirittura c’è chi non entra per questo motivo. Pure una parte della sua famiglia non ha gradito.

Lei ha seguito per 22 anni Monsignor Leonidas Proaño, che idea s’è fatta di lui?

Dunque, la visione che ognuno ha di Monsignor Proaño è differente e non tutte coincidono. Per esempio la mia non coinciderà certamente con quella del signor Roberto Morales in quanto non tutti hanno condiviso lo stesso percorso. Leonidas Proaño, ad esempio fu sempre fuori dalle logiche partitiche e politiche e non si fece mai strumentalizzare politicamente. Certo era vicino a tutti coloro che lottavano per i diritti umani degli indigeni ma non apparteneva a nessun organizzazione.

Com’era la situazione della Chiesa d’allora?

Ricordo che quando lui visitò per la prima volta l’azienda ZULA a Riobamba scoprì delle situazioni assurde. In un sottoscala di quest’azienda, vi era un luogo di torture dove venivano castigati gli indigeni. Allora la Chiesa deteneva ettari ed ettari di terra molti dei quali incolti. I latifondisti di Riobamba poi non pagavano nemmeno l’irrisoria quota d’affitto annuale perchè si lamentavano sempre di qualcosa. La Chiesa quindi era complice di questa ruberia ed anche di queste torture che si praticavano nei confronti degli indigeni.

Proaño dichiarò immediatamente di voler ridare agli indigeni, terra, dignità, coscienza e identità culturale.

La Chiesa era uno strumento di sfruttamento che si manifestava sopratutto nelle feste religiose

Con Nelly Arrobo Rodas en Pucahuaico

Con Nelly Arrobo Rodas en Pucahuaico

In che senso?

Dunque devi sapere che prima in ogni parrocchia c’era un padrone di un’immagine sacra. Questi padroni ogni anno sceglievano il fedele che si era comportato bene e che doveva essere poi l’organizzatore della festa. Con questa designazione non si realizzava un premio ma al contrario un castigo, nel senso che il fedele e tutta la sua famiglia si dovevano impegnare economicamente per la buona riuscita della festa. Alla fine ci si indebitava per anni ed anni. Al Monsignor non piaceva affatto questo rituale e riteneva quindi che c’era bisogno di una nuova evangelizzazione.

Praticò quest’evangelizzazione anche attraverso la radio che lui fondo?

Si con la radio non si ebbe solo l’alfabetizzazione che per lui rappresentava il pulpito più grande, ma anche l’evangelizzazione capillare. La radio era lo spazio migliore per educare la gente. Lui aveva un programma radiale settimanale nel quale discuteva dei temi d’attualità più importanti. All’inizio di ogni programma informava i radioienti delle notizie riguardante il Paese.

Ci sono oggi persone che s’interessano di questa figura, oggi?

Si sopratutto stranieri. Ovvio non vengono le masse qui a Pucahuaico a salutare il Monsignor però ci sono giovani come te che vogliono approfondire la storia di Lonidas Proaño.

E gli ecuadoriani?

Beh, ti racconto un piccolo annedotto per farti capire un pò la situazione. Anni fa c’era un giovane prete che aveva più o meno la tua età che andò a studiare a Parigi. Giunto alla fine degli studi il rettore gli chiese di portare una tesi su Leonidas Proaño. Non ci crederai ma lui non lo conosceva pur essendo ecuadoriano. Quindi chiese a suo padre di reperire del materiale. Il padre si prodigò per la ricerca del figliò ed incontrò tutto il necessario nella Fondazione del Pueblo Indio di Quito dove lavora mia sorella. Il padre dovette inviargli tutto il materiale via posta.

E adesso Nelly raccontami un pò di te…

Vengo dalla cittadina di Loja, nel sud del paese. Mio padre è stato il fondatore del Partito Socialista Ecuadoriano di Loja. La mia mamma era invece cattolica e conservatrice. A dire il vero anche mio padre era un cattolico osservante ma con forti idee socialiste.

Noi fratelli e sorrelle abbiamo studiato nelle scuole cattoliche fino al collegio. Il mio insegnamento è molto legato alla presenza di mio padre ossia all’aspetto razionale della sua educazione. In merito a questo elemento, ad esempio, mi ha indotto a ragionare sugli aspetti positivi e negativi della religione. Lui diceva sempre che un Dio esisteva ma che non era certo contento della situazione in generale.

Come coniugavi la presenza di tuo padre con la frequentazione del collegio cattolico?

Ora ti racconto cosa mi accade durante il quarto anno di collegio. La nostra insegnante era una monaca e ricordo che eravamio in piena vittoria della Rivoluzione Cubana. Ebbene questa monaca ci raccontava che a Cuba si era istaurato l’inferno e che non dovevamo assolutamente credere a ciò che ci veniva detto della positività della Rivoluzione Cubana. Invece quando ascoltavo mio padre mi diceva che a Cuba finalmente il popolo era libero, che aveva ora il diritto di studiare, di essere degno e sovrano. La monaca ci diceva che ora in avanti avremmo subito il lavaggio del cervelo da parte dei comunisti una volta giunti all’Università statale.    

Nello stesso tempo ci obbligavano a scendere in piazza e a manifestare contro Cuba. Io non ci volevo andare e mio padre, nonostante fosse contrario alla manifestazione, mi diceva d’andare per senso del  dovere. Mio fratello invece, che frequentava un collegio laico scendeva in piazza insieme ai suoi compagni per gridare “Cuba si, yankee no!!”

Diciamo che hai vissuto in una famiglia viva dal punto di vista ideologico e culturale?

Nella mia famiglia si discuteva di tutto. Mio nonno materno e mio padre tutte le sere si raccoglievano in salotto e discutevano e noi seppur bambini ascoltavamo e assimilavamo indirettamente. Questo è stato per me uno strumento d’analisi. Cercavo sempre un compromesso nelle cose e cosi anche nella religione. Per esempio non immaginavo e non pensavo che la religione fosse solo quella che mi veniva insegnata al collegio. C’era una conflittualità tra il Gesù che mi raccontavano e quello che volevo. Una persona, finalmente, mi diede l’opportunità di capire il mio percorso religioso che volevo intraprendere. Questa persona fu un prete spagnolo che combinava una dottrina teorica ed una  pratica. Questo suo modo di fare m’illuminò. Iniziai a far parte di un gruppo religioso di Loja con la presenza di questo prete spagnolo.

Come e quando avvenne poi l’incontro con Leonidas Proaño’

Intanto devo dirti che dopo l’incontro di Medellin, la figura di Leonidas Proaño cominciava ad emergere a livello nazionale e cosi anche il nostro gruppo di Loja. Noi vivevamo in piena dittatura militare e non c’erano molte possibilità d’ascoltare vosi fuori dal coro. Noi eravamo un gruppo abbastanza attivo, vivace che poneva domande e faceva osservazioni. Ricordo che conversavamo di tutto, ma allora il vescovo di Loja, che era un conservatore ci diceva :”andate dal Monsignor Proaño lui si che vi risponderà”.

E cosi davvero decidemo d’andare a trovarlo a Riobamba nel 1973. In quel periodo io ero la direttrice di un giornale parrocchiale di Loja che s’intitolva “Revoluciòn Cristiana”. Quindi per me era anche un’opportunità  per intervistarlo.

Ricordo ancora il primo incontro, quando m’avvicinai come d’abitudine m’inginocchiai e tentai di baciargli le mani. A questo cerimoniale ebbe uno scatto di rifiuto e ritraendo le mani mi disse :” sono un uomo come tutti” ed io gli risposi :”mi scusi ma noi con il vescovo di Loja siamo cosi abituati”.

Lo intervistai per il giornale e grazie a quest’incontro conobbi altri personaggi come Freire e Focault.

Ritorniamo all’attualità, com’è la situazione della Fondazione del Pueblo Indio con i vescovi d’Ibarra?

Diciamo che ora c’è una tregua, siamo in stand bay. I rapporti non sono buoni diciamo cosi. Per esempio il vescovato d’Ibarra non vuole che il Monsignor Leonidas Proaño sia sepolto qui ma che venga interrato nella cattedrale d’Ibarra. Secondo loro qui è confinato. Io penso invece che lo vogliono confinare nella loro cattedrale, metterlo in una cripta dove nessuno potrà visitarlo. Praticamente come hanno fatto con Il Monsignor Romero in El Salvador.

Una curiosità, qui in questa chiesetta si celebrano messe?

No! Nessun prete vuol venire a celebrare una messa. Anzi ti dirò di più. Secondo me c’è un divieto dall’alto. L’ultima messa fu celebrata qualche anno fa, non ricordo quanto esattamente. Fu durante un’eucarestia. Ora ti confesso un’altra cosa.

Il fatto che il vescovato voglia “riprendersi” Monsignor Proaño è dovuto anche al fatto che qui con lui ci vivo io e che parlo e racconto senza peli sulla lingua la sua vita come sto facendo con te in questo momento. Dicamo che sono una persona scomoda.

Quindi allontanarlo da te e da questo luogo, vuol dire far zittire il suo lavoro in vita..

Diciamo di si! Però io oltre a raccontare oralmente, scrivo sui giornali, su internet. Ho un blog personale dove ci sono aggiornamenti continui, sul pensiero di Leonidas Proaño.

Oggi, qui nella Fondazione del Pueblo Indio quali sono le attività principali?

Assistiamo le famiglie più povere della zona che sono poi indigene. Ogni settimana facciamo un incontro di discussione sulle problematiche che vivono quotidianamente. Ci riuniamo in preghiera e poi diamo ad ogni famiglia una cesta di viveri. Poi assitiamo un gruppo d’anziani che vivono soli.     Nelly ti ringrazio di avermi dato la possibilità di conoscere il Monsignor Proaño attraverso la tua tesimonianza. A presto.Il piacere è stato mio e che la sua parola possa vivere attraverso la curiosità e la vivacità di voi giovani.

Davide Matrone

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