Intervista a Diego Puente dell’Associazione Ciclopolis di Quito.

Intervista a Diego Puente Direttore dell’Associazione Ciclopolis

 

Ciclopolis ogni domenica a Quito

Ciclopolis ogni domenica a Quito

….il 23 aprile del 2003 si è realizzato il primo CICLOPASEO

“Non ero mai andato in Italia, però ero stato in Europa come a Copenaghen al tour della velocità lo scorso anno e dopo l’incontro sono andato in Norvegia.

Da li ho approfittato per fare un giro per altri paesi europei come la Spagna dove vive parte della mia famiglia e l’Italia dove ho un amico a Bisceglie, nella provincia di Bari.

Giunto in Puglia ho poi iniziato  un giro per l’Italia e sono andato a Roma, a Venezia, a Verona ed ovviamente ho visitato anche Bari. Tra i luoghi visitati mi ha colpito molto il centro storico di Bisceglie, qui mi sono reso conto che il centro cittadino aveva uno stile ben differente rispetto a quello che avevo visto a Roma, o a Venezia ad esempio.

Del centro storico di Bisceglie ricordo, in particolar modo, la parte vecchia, mezza distrutta. Un altro elemento che mi ha chiamato molta l’attenzione è stata la presenza di bici in strada, di cui alcune carcasse abbandonate. In realtà avrei voluto portarmene con me qualcuna visto che qui nella nostra sede ho una bici cinese molto antica, classica. Sarebbe stato un altro cimelio da aggiungere alla mia collezione.

Devo dire che la gente mi ha ricevuto molto bene ed ho trovato, rispetto alla mia realtà, molte similitudini nel senso che gli italiani sono molto latini come noi e questo mi ha fatto stare bene.

In merito alla tua presenza qui, voglio dirti che apprezzo molto la cultura italiana e non mi dispiacerebbe impararla e realizzare anche qualche progetto attraverso  il cinema italiano che abbia come tema centrale la bici.

Mi ricordo di alcuni film italiani con la presenza della bici come ad esempio “La vita è bella” di R. Benigni, il film di Tinto Brass “Monella”, “il Postino di Neruda”.

Caro Diego entriamo nel merito dell’incontro e parliamo dell’Associazione Ciclopolis…

Dunque CICLOPOLIS ha 3 anni più o meno di vita. E’ il frutto di un processo che è durato 15 anni di lavoro e di attivismo militante.

In questi ultimi anni CICLOPOLIS ha pensato molto alla bicicletta come mezzo di trasporto per la città, per la famiglia e per l’ambiente.

Dunque come ti dicevo sono più di 15 anni che lavoriamo in questo senso in modo critico con un movimento che si chiamava al principio CRITICAL MASS.

Iniziammo ispirandoci al gruppo che si era formato a San Francisco (USA) e sto parlando del ’94 – ’95 ed il fondatore è stato recentemente qui a Quito.

Nel frattempo creammo un gruppo che si chiamava Accion Ecologica, presieduta oggi da una donna molto attiva e con una buona partecipazione femminile. Con questo gruppo abbiamo fatto alcune iniziative tra cui l’accampamento estivo.

A quei tempi, ricordo, eravamo tutti giovani e facevamo campagne contro lo sfruttamento del petrolio, delle miniere, contro il disboscamento delle foreste, appoggiando sempre gli indigeni, i contadini e le comunità afro – ecuadoriane della costa ecuadoriana.

Noi non eravamo ne indigeni e ne neri bensì urbani, cittadini e quindi avevamo altri problemi di cui occuparci in città come l’inquinamento dell’aria, il traffico urbano, gli incidenti, gli spazi pubblici e quindi tutti questi problemi ci cominciavamo ad interessare e iniziammo a farli nostri.

Inizialmente eravamo un gruppo di giovani appartenenti ad alcune Università come la Cattolica e la Salesiana ed eravamo vicini al gruppo di Accion Ecologica coi quali abbiamo partecipato durante l’estate ad un camping di discussione, di lotta e di protesta sulle questioni ambientali. Cominciò a maturare in noi la pratica della bici in città  come uso popolare tra la gente comune.

Si iniziò a promuovere la bici come mezzo di comunicazione  e di trasporto in quanto non c’era assolutamente questa considerazione.

La prima attività fu un incontro pubblico di socializzazione nei parchi con i bambini, con le famiglie e con i ciclisti per sensibilizzare sul problema ambientale, della mobilità, dello spazio pubblico e anche della questione di genere nell’uso della bici, in quanto non era comune vedere le donne pedalare in città.

Da un’attività primordiale di sensibilizzazione passammo alla pratica militante e di protesta, cioè uscivamo in strada per bloccare il traffico. Al principio eravamo in pochi ed inoltre vedevamo che la gente non partecipava a queste forme di protesta, in pratica restava all’interno di un gruppo referenziale. Continuavamo a fare questi atti di protesta, nel periodo in cui facevo parte di Accion Ecologica. Dopo un tempo all’interno della stessa associazione creammo un gruppo dal nome Bici Accion. Organizzammo subito un forum, una riunione accademica col Municipio, con il personale del TROLE, alcune assemblee di quartiere trattando in tutte queste esperienze di proporre un ciclovia per Quito. Il frutto di questo lavoro fu quello di vistare Bogotà per vedere come funzionava il ciclovia li e poi ritornare qua per ridiscutere sull’esperienza colombiana.

Tutto questo accade alla fine del 2001. E cosi nel 2002 ci fu il primo tentativo di realizzare un ciclopaseo in città anche se con molte difficoltà. Addirittura al primo ciclopaseo non ebbe nemmeno la collaborazione delle forze dell’ordine.

Dopo il 2002 avemmo quest’incontro con le istituzioni cittadine e nel 2003 decidemmo di chiudere le strade una domenica e con tutta l’organizzazione, definire un percorso che non intralciasse il traffico e cosi individuammo alcune zone, alcuni parchi come quello della Carolina, del Centro storico con l’intenzione d’unire il Nord e il Sud della città.

Si pensavano a varie opzioni che includessero e non escludessero. Nel 2003 avemmo l’autorizzazione del centro storico e cosi divenne più semplice. Il 23 aprile 2003 ci fu il primo Ciclopaseo.

Mi ricordo che il giorno dopo la realizzazione del primo ciclopaseo ci domandammo:”e ora che facciamo?”.

Avevamo molti volontari e molti e giovani e cosi ci ponemmo d’accordo nell’invitare la gente a partecipare al ciclopaseo ed aiutare la polizia nelle operazioni di chiusura delle strade, di dare informazioni alle persone e di invitarle soprattutto. Avemmo l’appoggio soprattutto del Municipio e  della polizia.

Ci fu molto lavoro prima per avere un percorso mediamente accettabile, in distanza, in uso ed in connessione di luoghi ed in sicurezza.

Come ricordi il primo ciclopaseo?

Ricordo il primo ciclopaseo con 5000 persone, fu una cosa brutale. Immagina che il giorno prima fece freddo e nessuno si immaginava che il giorno dopo ci sarebbe stata tanta gente. Quel giorno decidemmo cosi di farlo e poi di ripeterlo ogni domenica del mese. Con questa nuova situazione cominciò una nuova discussione tra di noi nel senso di terminare la lotta e burocratizzare questa primordiale forma di protesta.

Alla fine si decise di continuare questo progetto, però cambiarono alcune cose e da qui nasce il progetto di Ciclopolis.

Quest’idea dell’azione, dell’attivismo in qualche modo cambiò nel senso che cambiò la protesta in proposta. Cosi cominciammo a lavorare col Municipio e con la Polizia e fu una forma di lavoro differente che significava strutturarsi differentemente con incarichi e responsabilità.

Avevamo delle attività da fare, come alzarsi alle 6,00 ed organizzare logisticamente il percorso, organizzarsi con la polizia per la sicurezza e tutto questo fino alle 2 di pomeriggio in maniera volontaria. Questo richiedeva un cambio d’organizzazione in quanto cominciava un processo d’istituzionalizzazione di un progetto. Ovviamente questo man mano portò alla perdita del lavoro volontario, in quanto da questo momento bisognava pagare i giovani che lavoravano, le persone che facevano pubblicità etc, etc. Cominciò a divenire un progetto verticale e collettivo.

Tutto questo però generò una rottura in Bici Accion e cosi il gruppo si separò e da qui nasce il gruppo Ciclopolis nel 2007.

Dal 2003 al 2007 c’è Bici Accion e dal 2007 nasce Ciclopolis che firma il convegno con il Municipio e iniziammo con il ciclopaseo. Il primo ciclopaseo marca effettivamente un prima e un dopo per il tema della bicicletta. Prima del ciclopaseo c’era una considerazione negativa dell’uso della bici a Quito, con il ciclopaseo la gente riprende fiducia ad usare un mezzo di trasporto alternativo. Lo spirito del Ciclopaseo al principio era ludico non di protesta volevano che la gente passeggiasse con la famiglia.

Dal principio l’ora del ciclopaseo era dalle 9 alle 12 e poi dalle 9 alle 13 ed ora dalle 8 alle 12, ed anche la frequenza prima era ogni mese poi dopo 8 mesi passammo ogni 15 giorni e continuò cosi per 2 anni e dal 2008 ogni settimana e fu chiaro che più aumentavamo il percorso più aumentava la partecipazione della gente.

Dal 2008 venne un nuovo sindaco al quale chiedemmo d’appoggiare questo progetto. Abbiamo avuto il rischio che la Municipalità volesse inglobarci e fare suo questo progetto e appropriarsene. Tutto questo, ovviamente sarebbe stato illegale e costoso da un punto di vista politico.

Questo progetto nel lungo periodo ha incentivato la gente al tema della mobilità, alla responsabilità che hanno rispetto all’inquinamento.

Diciamo che il ciclopaseo in sé ha sviluppato una quantità di temi di carattere sociale come la democrazia, l’ambiente e lo spazio pubblico.

– Stavo leggendo nella rivista che voi pubblicate che si stanno posizionando altri bevitori in città durante il ciclopaseo.

Il ciclopaseo è uno spazio pubblico, il Municipio ha posto luoghi di informazioni, perché la gente possa riceve il giornale, e possa iscriversi nella lista email.

Attraverso la municipalità si sta facendo una campagna per l’uso corretto dell’acqua. Tu sai che ci sono dei punti EMAAP (Ente Municipal Agua Publica) lungo il percorso dove distribuire acqua ai ciclisti però c’è un problema di rifiuti cioè dei bicchieri che si buttano in gran quantità e quindi si è pensato di ritirare i gazebo e di istallare dei bevitori permanenti.

Nel frattempo abbiamo anche inserito qualche elemento culturale nel ciclopaseo come la musica.

Si sono avviati altri progetti come il PICO Y PLACA dove nel quale s’invoglia a lasciare l’auto per utilizzare i mezzi di trasporto e serve a cambiare la mentalità della gente e questo fa si che la municipalità incentivi altre iniziative in questo senso.

– A volte utilizzo la bicicletta e mi rendo conto che pedalare a Quito è abbastanza pericoloso.

Che manca qui nella mentalità della gente affinché si possa passeggiare a due ruote tranquillamente? E tra l’altro mi rendo conto che non ci sono molte bici in giro.

Non ce ne sono molte però rispetto a prima è migliorata la situazione e si vede dalla partecipazione della gente al ciclopaseo. Uno dei fattori che non aiuta all’uso della bicicletta è, a mio avviso, l’architettura urbana. Quito non è una città costruita per i pedoni e per i ciclisti, ma anche camminare non è facile. Secondo me quello che manca in primis è che bisogna migliorare è la qualità delle infrastrutture.

Realizzare infrastrutture adeguate, affinché le persone con handicap possano utilizzare anche il trasporto pubblico e di avere spazi in uguali condizioni. Penso quindi, come prima cosa, la qualità delle infrastrutture a dimensione umana.

La seconda cosa è quella di potenziare il tema della cultura cittadina, della convivenza. Questo, purtroppo, avviene anche tra la gente educata nel senso che ci sono molte persone educate ma hanno poco rispetto degli altri.

Bisogna per esempio dire alla gente che va in macchina di rispettare le strisce pedonali ed i pedoni, che non bisogna mettere la macchina sui marciapiedi. Bisogna dire ai padroni dei ristoranti di non appropriarsi dei marciapiedi per fare dei parcheggi personali come succede nella strada Eloy Alfaro.

Il terzo è il tema dell’applicazione della sanzione come per esempio sanzionare le macchine che parcheggiano in spazi non consentiti ma c’è gente che con l’arroganza e la prepotenza non rispetta queste regole e quindi bisogna far rispettare l’uso delle legge e dell’autorità.

Ciclopolis propone anche altre attività, quali?

Con il Municipio stiamo rinnovando un nuovo convegno annuale e ci hanno detto che non hanno nessuna intenzione dima parola. Abbiamo altri progetti di carattere informativo come RUTA – TURISTICA. Con questo progetto invitiamo la gente ad andare fuori città verso il Cotopaxi – Mindo, si va insieme in bus portando le bici e poi restando li. Un’altra iniziativa è stata quella di coinvolgere le donne dato che ci rendemmo conto che l’85% dei ciclisti erano uomini. Ci siamo chiesti questo al principio e abbiamo realizzato dei corsi per insegnare alle donne ad andare in bici. Circa 300 donne hanno imparato ad utilizzare la bici durante questo periodo e il progetto si chiama TODAS EN BICI.

Un altro progetto dal titolo GUAGUA AL PEDAL per i bambini. Tutti questi progetti hanno avuto un impatto emotivo grandissimo nel senso che c’era gente che non era mai andata in bici. In merito ai bambini abbiamo visto le difficoltà che avevano ad andare in bici e quindi abbiamo poi insegnato ai papà come far utilizzare correttamente la bici ai loro figli.

– Il binomio bici – contesto sociale?

Si la bici ed il ciclopaseo rompe qualsiasi barriera di carattere sociale e mentale. Quito è una città lunga che ha generato una divisione tra il nord e il sud della città, c’è molta gente che non conosce l’altra parte della città, cioè questo ciclopaseo unisce queste 2 realtà e qualcuno si rende conto della bellezza dell’una e dell’altra parte della città. La gente del nord scopre che il sud non è solo povertà, che non è solo degrado e che ci sono dei luoghi molto belli ed il povero del sud si rende conto che la povertà si trova anche nella parte nord. Addirittura qualcuno resta senza parole quando si avvicina all’aeroporto per non aver mai visto mai un aereo.

Quindi la domenica con il ciclopaseo c’è un incontro tra queste 2 realtà, è un incontro di ceti sociali ed è molto importante, è un’attività d’inclusione sociale, di solidarietà, d’integrazione sociale  e tutto questo l’abbiamo scoperto la domenica.

di Davide Matrone

 

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