Incontro con Maria Fernanda Restrepo

Più di 23 anni fa due giovani fratelli, Santiago e Andrés, uscirono una notte dalla loro casa di Quito e non vi ritornarono più. Il caso della scomparsa dei fratelli Restrepo è una delle violazioni dei diritti umani più conosciuto in Ecuador e questo grazie alla tenacità con la quale la famiglia ha lottato e ha saputo far emergere le malefatte delle persone coinvolte in questo caso. La famiglia ha cercato, in questi anni, di ottenere giustizia e ha lottato affinchè si evitasse il silenzio su questa triste vicenda.

Maria Fernanda Restrepo

Maria Fernanda Restrepo

 

Pedro Restrepo e sua moglie sin dal 1989 per tutti i mercoledí, hanno gridato la loro rabbia di fronte al Palazzo Carondelet ( sede della Presidenza della Repubblica in Ecuador ) per manifestare il dissenso per il crimine commesso contro i loro figli. Dopo oltre due decenni, Maria Fernada Restrepo, che era piccolina nel momento della scomparsa dei suoi fratelli, ha realizzato il documentario “Il mio cuore a Yambo” ( Yambo è una località della Sierra ecuadoriana nella quale si trova una splendida laguna e dove si presuppone siano stati gettati i corpi dei due ragazzi non ritrovati ancora) per raccontare e rinfrescare la memoria di Santiago e Andrés.

Ho avuto il piacere di incontrarla all’Università Politecnica di Quito durante la proiezione del film e rivolgerle alcune domande.

Perché dopo più di 20 anni il caso Restrepo continua a suscitare tanto interesse mediatico rispetto ad altri casi di scomparsa analoghi?

Diciamo che il caso Restrepo non lo si è scelto rispetto ad altri casi per casualità ma ha avuto un grande impatto emotivo manifestato dai miei genitori dal momento stesso della scomparsa. È stato un periodo molto intenso. Tutti i giorni si inviava un comunicato alla stampa, si continuava ad investigare, a chiamare, a cercare notizie e informazioni e forse anche per questo motivo non si è persa l’attualità del caso. Inoltre è stata una vicenda che ha fatto molto male a molte persone ed è stato impattante per tutti gli ecuadoriani. Tutti hanno avuto l’impressione di aver perso due figli, due fratelli, due nipoti, due bambini. E allora tutto questo ha scioccato la società del paese. I miei genitori hanno deciso di lottare tutta la vita e con loro molte persone che, grazie alla loro partecipazione non hanno fatto calare l’attenzione e l’interesse collettivo.

Tu sei ecuadoriana? Qual è stato l’obiettivo principale di questo lavoro?

Ti ringrazio nel ricordare che sono ecuadoriana perché é molto difficile convincere la gente di questo aspetto e voglio ricordare che amo l’Ecuador perché sono ecuadoriana, cosi come i miei fratelli. Io credo che la vera lotta è stata realizzata dai miei genitori invece la mia vita è stata molto piú semplice. Beh l’intento principale è stato ed è quello di aver aiutato a rifrescare la memoria e dire alla gente di non ricordarsi solo del caso Restrepo ma di parlare anche di altri casi di violazione dei diritti umani. Il tema fondamentale di questo lavoro non è solo il caso Restrepo ma ha avuto la MEMORIA come protagonista ed il messagio è stato quello di non perderla. Dobbiamo porre il nostro passato sempre davanti ai nostri occhi e non dietro perchè questo ci aiuta a costruirci come persone migliori e come miglior paese. Quindi è stato molto valido e utile per tessere e ricordare di cosa siamo fatti, cosa pensiamo, dove andiamo, come dobbiamo essere, come dobbiamo andare avanti e come non commettere gli stessi errori. Una cosa mi entusiasma e mi da speranza è stata la presenza di moltissimi giovani che hanno visto questo film che non erano nati durante questo periodo e sono soprattutto loro che si stanno nuovamente appriopando di questa storia. Ognuno porta il proprio messaggio dopo aver visto questo documentario e auspico che nessuno sia indifferente davanti a questa pagina di storia ecuadoriana. Penso che non possiamo e non dobbiamo restare indifferenti davanti a quello che è successo. Questa tragica vicenda tratta fondamentalmente di violazione dei diritti umani e quindi ritengo che nel momento in cui si resta indifferenti ci si trasforma in complici di questi crimini è questo è grave.

Il documentario "Mi corazón en Yambo" che racconta la storia dei fratelli Restrepo

Il documentario “Mi corazón en Yambo” che racconta la storia dei fratelli Restrepo

 

Hai avuto qualche problema durante la proiezione del tuo documentario?

Si, ho avuto qualche impedimento, alcune difficoltà soprattutto nella città di Guayaquil perché qualcuno ha dichiarato che questo film non era ecuadoriano ma straniero perché c’erano elementi stranieri. Beh a tutto questo ho risposto che io sono ecuadoriana che tutto il gruppo che ha lavorato con me è ecuadoriano, che mi padre seppur colombiano vive in Ecuador da 40 anni e che non si tratta di un film di finzione ma di pura realtà. Quindi c’è stato questo problema e ci hanno riscosso delle tasse alle quali tutti gli ecuadoriani hanno l’esenzione quando producono un film ecuadoriano. Questi furono i problemi principalmente. Inoltre avrei voluto presentarlo di piú nella costa ecuadoriana però non c’è stata questa apertura come si è verificata invece nella Sierra. Continuamo a presentarla tutti i mercoledi nel cinema 8 y medio e questa settimana si presenterá nel cinema della Flacso e questo ovviamente continua a diffondere il film.

Quanto è servito il tuo documentario per andare avanti nelle ricerche?

Il Governo ha ordinato la creazione di una commissione speciale d’investigazione peró non ha ancora sortito nessuna novità. I documenti continuano a giacere all’interno dei tribunali di competenza, non abbiamo molte novità ed inoltre si è offerta una ricompensa in denaro per recuparare delle informazioni al rispetto ma non è successo nulla. E io penso che solo un poliziotto possa guadagnarsi questi soldi dato che i crimini sono avvenuti all’interno delle caserme di polizia.

Cosa hai provato quando ti sei trovata faccia a faccia con i poliziotti?

Si molta gente mi ha chiesto come abbia potuto resistire e non avergli lanciato qualcosa nei confronti dei poliziotti nel momento del confronto diretto. Infatti, una delle difficoltá che ho dovuto affrontare durante la realizzazione di questo documentario è stata quella di dividere la mia parte come documentarista più distaccata che sta investigando e quella più emotiva di sorella dei due bambini che è cresciuta con questo dolore. Ho dovuto frenare la delusione e ho cercato di essere quanto più possibile oggettiva anche se non credo nell’oggettività. Comunque ho controllato tutto questo in quanto in quel momento non ero solo la sorella, ma anche la giornalista, la documentarista che voleva qualche risposta e qualche verità. Ovviamente se mi ponevo violenta non avrei ricevuto nulla. Sono andata armata emotivamente e ho controllato l’emozione. Da un punto di vista morale in cambio è stato un momento molto duro perché realmente io non ricordo niente, si è cancellato tutta nella mia mente ed è stato un momento scioccante. Devo dire che non ricordo niente e infatto ho dovuto riascoltare i video. Io ho avuto un grande insegnamento in merito alla non – violenza da parte di mio padre che anche durante il documentario parla di quanto ci hanno offerto delle armi per uccidere queste persone. Se fosse successo realmente sarebbe stato meglio per loro perché ci avrebbero messi in carcere e cosi ci avrebbero mandati via da questo paese e sarebbe tutto terminato. Questo conflitto continua da 24 anni perchè è stato un conflitto pulito, senza violenza, senza rancore e senza odio ma solo mosso semplicemente dall’amore che si è avuto e si ha per le persone care.

Tu hai una forza incredibile. Non so quale famiglia sarebbe stata disponibile a fare tutto questo. Qual è stato il tuo obiettivo raggiunto grazie a questo film.

Diciamo che durante tutto questo tempo il Paese si è trasformato e credo che l’Ecuador abbia dato esempio i trasformazione in questo senso. Questo cambio si è avuto grazie all”appoggio degli ecudoriani che è venuto poco a poco, perchè al principio non fu cosi. Nella Piazza dell’Indipendenza volavano gli insulti nei confronti dei miei genitori fino a che cambió il comportamento e ci fu il sostegno nei loro confronti. Non solo i miei genitori dovettero lottare per la scoperta della verità ma dovettero convincere la cittadinanza che non avevano nessuna relazione con gruppi guerriglieri o narcotrafficanti come fu detto dalla polizia sin dalle prime battute. Questo evento ha marcato un prima e dopo nel paese. Ci sono state anche cose positive nel frattempo come la promulgazione di alcune leggi che consentono di processare i crimini perpetuati da poliziotti e da militari da Tribunali civili. Pensa molti poliziotti giovani mi hanno scritto dicendomi di voler essere dei poliziotti differenti e questo è la cosa più importante per me, sebbene i capi di questa epoca di terrore continuano ad essere dei capi. Molta gente cioè 4000 che erano del SIC continuano a lavorare nei loro posti e fino a quando non ci sarà una pulizia di questo personale non sappiamo a chi  e come stanno educando effettivamente.

1998 - 2008 la commemorazione in Piazza dell'Indipendenza con la partecipazione di Jaime Guevara

1998 – 2008 la commemorazione in Piazza dell’Indipendenza con la partecipazione di Jaime Guevara

Ci sono due elementi che si scontrano durante questo documentario: il primo la ricerca della memoria da parte tua e l’altro l’ostinazione della bugia da parte dei poliziotti e dei personaggi conivolti nella vicenda. Come hai vissuto questo conflitto?

Si, durante questa ricerca ci fu un momento di lotta tra la memoria e i muri di silenzio e di bugie e tutto questo fue estenuante. Avrei potuto registare per ore e ore senza che il film avesse fine però arrivai a un punto che non ne potetti più. Nel documentario si vedono solo alcune delle interviste fatte ma io ho con ogni personaggio ho ore e ore di registrazione però non ti dicono nulla. In un’intervista di 4 ore con LLerena, che è stato uno dei torturatori, si vede come sono stati insegnati a non dire nulla e a negare l’evidenza. Sono molto bravi in questo e addirittura sono capaci di rivoltare la frittata e a convincerti che sei tu il pazzo o che hai torto. Per esempio durante l’intervista con questo personaggio c’è stato questo scambio di battute :” Voi torturavate nelle caserme?” e lui mi rispondeva “Io ero il miglior giocatore di ecua – volley (sport ecuadoriano ndr)” ovviamente ti spiazzava e ti scoraggiava ad andare avanti ed io continuavo a domandargli “no, non sto domandando questo ma un’altra cosa: voi torturavate nelle caserme?” e lui mi rispondeva :”io ero il miglior giocatore di ecua – volley ed ho molte medaglie vinte….”. Era una parete infrangibile. Per esempio l’incontro che si vede con tutti i poliziotti nel documentario di 2 minuti nella realtà è durata 2 ore e mezza ed io avrò domandato almento dieci volte la stessa cosa e loro non mi rispondevano. Ho cercato, quindi, di scalfire questo muro ripetendo sempre la stessa cosa però alla fine nessuno mi rispondeva. Sarei potuta rimanere a filmare ore e ore ancora quando alla fine ho capito che il documentario non serviva a ritrovare una nuova verità bensí a rinfrescare la memoria e raccontare i fatti come si erano svolti. Quindi in questo senso è stata una tortura.

di Davide Matrone

Documentario di M. Fernanda Restrepo "Mi corazón en Yambo"

Documentario di M. Fernanda Restrepo “Mi corazón en Yambo”

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