Viaggio a Esperanza, in una comunità indigena del Chimborazo

 

A Esperanza nel Chimborazo

A Esperanza nel Chimborazo

Viaggio a Esperanza

Ciao a tutti questo è un piccolo racconto scritto in occasione del nostro viaggio a Esperanza.

Ah vi suggerisco di leggere questo racconto con un sottofondo che a me ha ispirato tutto questo
http://www.youtube.com/watch?v=DMMWHHYnRPA
è una spledida canzone del rondò veneziano “Il viaggio”
…..e che il viaggio continui…….

Avrò ascoltato questo nome non so quante volte. Emergeva dai racconti di molti giovani italiani che avevano trascorso del tempo in questa piccola località ecuadoriana. Non è molto conosciuta, non appare sulle carte geografiche, non è segnalata nei tour operator e nemmeno tra le mete da scoprire di questo meraviglioso paese dell’America Latina.
A dire il vero in Ecuador un’altra Esperanza più famosa c’è ma è collocata in un’altra regione e cioè nelle vicinanze della città d’Ibarra capoluogo della Provincia di Imbabura.
E il caso ha voluto che in quest’altra Esperanza io ci sono stato ad appena cinque giorni dal mio arrivo in Ecuador. Era il 28 giugno del 2008 quando per la prima volta visitavo una comunità indigena. Un’esperienza fantastica.
Altrettanto fantastica ed affascinante è risultata questa visita dell’ “altra” Esperanza. Questa volta però ha avuto un altro sapore, in quanto sono partito in compagnia dell’Associazione Ayuda Directa che in questo piccolo villaggio ci lavora praticamente dal 2003. Un lavoro meticoloso, appassionato ed appassionante, si perché vengono coinvolti giovani ragazzi e ragazze di diverse provenienze che vogliono sperimentare dal vivo la solidarietà e il senso di appartenenza ad un altro mondo.
Un mondo semplice, genuino, ridotto al minimo. Nuove realtà che sembrano non appartenere più a questo mondo e che invece sono ancora vive e feconde in moltissime parti del globo terrestre. E che riscoprirle ti riporta un po’ indietro nel tempo a quello del recente passato per i più giovani e a quello dei ricordi per i più maturi.
Ed in questa splendida esperienza trascorsa c’erano alcuni amici di viaggio che hanno reso ancor più piacevole questo breve viaggio di vita grazie alle proprie storie e alle proprie speranze. Speranze e storie che si sono raccolte tutte insieme in un piccolo rifugio caldo, intimo ed accogliente dove ha cominciato a germogliare una timida conoscenza l’uno dell’altro fino a porre i semi di una piccola comunità nella comunità.
A descrivere ogni storia e spaccato di vita di ogni componente di questo breve viaggio ci vorrebbe la penna di un grande scrittore che riuscirebbe a far vivere in maniera realistica e magica ogni personaggio.
Una comunità che appariva come una piccola orchestra organizzata nei suoi piccoli spazi, con i suoi efficienti strumenti. Un’orchestra che con i suoi ritmi e le sue melodie ha realizzato una splendida colonna sonora di quelle che si ascoltano nei grandi colossi cinematografici. Di colossale, però, c’era in questa piccola comunità solo una grande voglia di cercare e cercarsi.
Una colonna sonora che ha vibrato per tre tiepidi e lunghissimi giorni e per tre splendide, misteriosi e freddi notti.

Non sarebbe mancata certamente, in questa semplice ma efficiente orchestra, il vibrato tenue e profondo delle corde di una chitarra. Una chitarra che suona da oltre quarant’anni con le stesse corde e la stessa ricerca di nuove emozioni. Una chitarra che dagli anni della contestazione cerca invece di armonizzare in maniera esemplare le note e le parole di grandi cantautori italiani che hanno regalato momenti interminabili per tante generazioni. Una chitarra che riavvolge il nastro dei ricordi di ogni singolo pezzo di vita. Una chitarra che si ascolta in silenzio e dolcemente come la melodia di una bellissima storia che ha il nome di Marinella. A toccare soavemente questa chitarra un giovane dottore di base che a vederlo dalla base fin lassù sembra non terminare mai. Passo deciso e inflessibile, cavalcata lunga e ferma, sorriso accattivante che ad osservarlo bene sembra quello di Dino, un giovane e bel ragazzotto italiano degli anni ’60 che cantava una delle immemorabili canzoni di quei tempi “Te lo leggo negli occhi”. Ad Enzo, questo è il nome del giovane dottore di base, nei suoi nitidi e trasparenti occhi si legge tutto o quasi. La sua voglia di viaggiare, di scoprire mondi e persone al di fuori dei loro malanni ed acciacchi. Chissà come risulta interessante per un dottore scoprire una persona al di fuori delle sue patologie e dei suoi stati d’animo. Enzo esplora da anni altri mondi come se fossero dei grandi e misteriosi corpi umani con le loro debolezze e le loro forze. Di corpi esplorati ce ne sono tanti ma poi alla fine di un lungo viaggio si ritorna nel proprio corpo. Un corpo che regala imprevisti e certezze ma che affonda le sue radici nelle proprie. Un corpo maestoso e possente con vette granitiche e massicce come le sue origini austro – ungariche. Enzo non è solo in questo viaggio ad accompagnarlo c’è una giovane moglie.

Anche lei esplora altri corpi da oltre 30 anni. Sono corpi gracili, delicati, teneri, allegri e spensierati. Rita che da anni vive con passione e dedizione un lavoro che non fa per tutti, si perché a lavorare con i bambini ce ne vuole di pazienza e di determinazione. E sembra averla questa pazienza e determinazione nello scalare sorridendo la vetta che ti porta fin lassù a Yayahurku (grande montagna). Rita ci mette la stessa pazienza e determinazione come quando scala quelle vette che sin da bambina la avvolgono come fossero un abbraccio materno. Un abbraccio che è fatto di piccole cose anche di quelle più semplici come quelle che ti danno le piccole e succose melinde che per anni hanno costituito la fonte di ricchezza per molte umili famiglie che giunte da altri luoghi della nostra penisola hanno poi raggiunto grandi obiettivi grazie a tanti sacrifici. Di succose mele Rita ne avrà mangiate tante, cosi come quelle raccolte nel corso degli anni. Una raccolta che richiede i suoi tempi ma soprattutto che richiedono le sue mani. Un saggio e veritiero proverbio dice “una mela al giorno toglie il medico da torno” eppure lei con un medico ci sta benissimo da tempo, da anni.

Una piccola magia sembra aver interrotto per diversi istanti questa splendida colonna sonora che aveva il sapore caldo e passionale del Sud. Un Sud carico di speranze e d’inquietudini. Un sorriso che riscaldava costantemente il leggero fruscio tagliente del vento che spirava fin su nelle piccole stradine di Esperanza. Un sorriso che sembrava uscito da un libro di Hidalgo, stretto tra le mani con la voglia di leggerlo in fretta ma poi ci si accorge che l’ultima parola letta è sempre la stessa perché nel frattempo c’è da leggere altro che non è scritto in quelle pagine.
Qualcosa che è scritto altrove e che ti riporta agli affetti familiari, alle origini calde e accoglienti di un Sud sempre alla ricerca di nuovi orizzonti. Una realtà diversa da quella vissuta da ormai da tempo ma che comunque ti appartiene perché straordinariamente ascoltata attraverso i ricordi della propria infanzia. In questa colonna sonora, Myriam, ha colorato vivacemente gli spartiti musicali che tutti insieme abbiamo letto armonicamente. Colori vivaci, caldi come quella sciarpa che avvolgeva teneramente il suo viso attento e silenzioso. Colori che hanno riscaldato il suo capo grazie a quel cappello che a vederlo sembrava lo stesso indossato dalla birichina e coraggiosa Pippi Calze lunghe.
Grazie a lei questa colonna sonora aveva un sapore partenopeo e parte napoletano. Quel sapore che da secoli genera melodie fantastiche e sempre verdi che affascinano milioni d’individui in angolo del mondo. Grazie al suo spirito gioviale e divertente si è rivissuta insieme un’altra colonna sonora uscita da uno dei tanti film del grande attore vesuviano Massimo Troisi. Una melodia che viaggia ancora nel tempo raggiungendo vie infinite come quelle del Signore che oggi lo vede più ridente che mai grazie alla sua geniale e simpaticissima compagnia.

L’arrangiamento di questa colonna sonora non poteva non avere solo un ritmo. Eh si una splendida musica non può vivere di sapori solo nostrani, altrimenti non avrebbe mai la possibilità di essere nominata nelle alte sfere della musica internazionale. E cosi ad arricchire le melodie di una colonna italiana dal sapore appetitoso di un piatto di spaghetti al tonno e cipolla non poteva mancare la fragranza di una tortilla. Quella preparata dalla compositrice MariaCarmen sempre intenta a scrivere nuove parole. Una composizione ricca di appunti e di ricordi da leggere con calma a sinfonia terminata. Una lettura da fare quando gli attori della colonna sonora sono ormai via in qualche altro luogo o chissà in qualche altro teatro dove poter suonare o vivere nuove melodie. Il teatro che ognuno di noi vive nelle strade della propria esistenza. E di strade invece Luis ne avrà perlustrate tante. Quelle che s’intersecano nella splendida Madrid, città dalla storia impetuosa e mastodontica. Capitale di un grande Impero che ha varcato confini scoperti soltanto nell’era moderna. Confini che hanno valicato il vecchio continente per giungere fin qui, sulle colline di Esperanza che ha sofferto le arroganze e le sopraffazioni di grandi ma vili conquistadores. Luis conosce la sua storia e ne va fiero ma non per questo non si dimentica delle sue ingiustizie che rilegge in compagnia di Pablito un simpatico direttore scolastico di una piccolissima comunità posta in cima alle montagne.

Ogni musica ha la sua fisicità, il suo impianto fisico, le sue braccia e le sue gambe. E nonostante i duri sforzi tutto questo non è mancato. Sforzi e sacrifici di un giovane ragazzo che da anni insegue il sogno di poter insegnare questa fisicità e dare anima e corpo a quelle gambe che ogni anno salgono faticosamente ma con passione le irte stradine della comunità di Esperanza. Lui ha già conosciuto questo piccolo mondo che lo ha fatto suo come fosse una palestra dove poter esercitare i suoi sacrificati e instancabili esercizi. Una palestra da paragonare a quella della vita di tutti i giorni, quella dei pesi della quotidianità in una città grigia e frenetica del nord’Italia che mai come in questo periodo della storia non consente a chi vuole dare il suo background di crescere. E cosi Emilito, per i suoi amici di Esperanza, cerca una risposta a questa instancabile ricerca e lo fa dando il meglio di se nelle attività per la comunità india. Un sorriso sincero, tranquillo e amichevole il suo. Un corpo scalfito come un bronzo di Riace che vive in un piccolo foglietto colorato a matita sui cui contorni è stato aggiunto con tenera passione dalla piccola Paulina un nome: Emilio. Questo nome scandito innumerevoli volte in un rifugio intimo ed accogliente ed in lungo viaggio di ritorno da Esperanza verso Quito, continuerà a vivere certamente nei sogni di una dolce e cara fanciulla di appena 9 anni.

La voce che ha animato questa meravigliosa musica è certamente quella della piccola Paulina. Occhi vispi e tristi, corpo fine e delicato, mani sempre alla ricerca di qualcosa ma soprattutto alla ricerca di un po’ di affetto. Di un affetto sincero e caloroso. Una voce che ha accompagnato costantemente tutti noi con dolcezza e tenerezza. Una voce perpetua come la voglia di crescere in fretta per non poter più soffrire tanto. Una voce fuori dal coro ma sempre organico al coro dalle azioni e dalle battute da comporre per la nostra colonna sonora. Una scoperta entusiasmante quella che ognuno di noi ha vissuto al racconto delle sue storie, dei suoi continui scherzi, delle inconsuete domande, dei suoi improvvisi sorrisi, dei continui richiami dell’uno o dell’altro, della pressante voglia di essere al centro dell’attenzione. Un’attenzione che forse effettivamente manca a tutti coloro che vivono una vita di stenti e di sofferenze, di umili promesse mai realizzate o mai fatte, di continue delusioni dalla e della vita, di luoghi non conosciuti, di diritti negati, di doveri obbligati senza la possibilità di averne veramente la coscienza. Mani tenere quelle della piccola Paulina che hanno regalato tanti momenti di ilarità, della dolce sensazione di tornare bambini, di essere un po’ madri e padri pur non avendone il diritto o il dovere, di abbracciare un corpicino che merita rispetto cosi come tutti quei corpicini violati da anime crudeli e senza pietà. Un grazie a questa piccola creatura che mi ha portata alla luce una luce tra le tanti ombre della vita e che probabilmente mi darà l’ispirazione di raccontare ancora ciò che non ho ancora raccontato di questo mondo.

Ed infine a dirigere quest’orchestra un giovane ragazzo dall’aspetto rispettoso e gentile che a vederlo fa tenerezza. Occhi grandi e celesti, boccoli ricci che ti riporta alla voluminosa capigliatura del grande Angelo Branduardi, quello della famosa “cogli la prima mela”. Michele da tempo dirige quest’orchestra che si mescola costantemente di nuovi elementi tutti diversi tra loro con passioni e vicende di vita che a raccoglierle tutte non basterebbe un album di mille piani. Miguelito, come viene chiamato dai suoi fratelli indigeni, un giorno di sei anni fa iniziò una discesa dalle meravigliose montagne che circondano la città di Bormio, famosa per altre discese sportive. Di quelle montagne Miguelito si è portato con sé la nitidezza dello sguardo e la chiarezza dei suoi occhi che hanno lo stesso colore di quell’azzurro che con la doppiezza delle zeta sembra avere un altro colore, non il solito azzurro convenzionale ma il bianco del pan di zucchero. Un colore che per chi vive lassù invece è molto familiare.
Ora Miguelito ha scoperto altre montagne che hanno un altro colore ma pur sempre fresche e vive come le sue innumerevoli attività svolte per coloro che invece vi ci abitano e che difficilmente scenderebbero da quelle vette perché lassù sono coltivate le speranze di un mondo migliore. Quel mondo migliore che Miguelito cerca di dare ad ogni membro della comunità di Esperanza da qualche anno, in compagnia della sua instancabile orchestra.

Quito, 15 agosto 2009
Davide Matrone

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