Intervista a Maria Rossi autrice del libro “Napoli barrio latino” Ed. Arcoiris

Intervista a Maria Rossi docente a contratto dell’Orientale di Napoli ed autrice del libro “Napoli barrio latino” (Ed. Arcoiris).

Ciao amici di Quitolatino ci troviamo con Maria Rossi, autrice del libro “Napoli barrio latino” edito dalla casa editrice ARCOIRIS.

 
Maria ci puoi raccontare come nasce questo libro?

Salve a tutti. Dunque “Napoli barrio latino” è stato pubblicato nella primavera del 2011 ed è sostanzialmente frutto del mio Dottorato di Ricerca fatto all’Orientale di Napoli in “Cultura dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane”. È una ricerca di campo sulla presenza dei latinoamericani a Napoli, chiaramente inquadrando il contesto generale italiano dell’immigrazione latinoamericana per poi scendere nel dettaglio nella realtà napoletana con la ricerca di campo.

 
Quali sono stati i risultati più interessanti?

L’aspetto più interessante della ricerca è stato il contatto diretto con gli immigrati, quindi il periodo delle interviste che è quello più duro in quanto bisogna creare i contatti e cercare di convincere gli immigrati a raccontare la propria storia ad un’estranea. Devo dire però che allo stesso tempo questa fase è stata la parte più bella ed emozionante per il fatto di avere delle persone di fronte che si aprono e raccontano a te e al tuo registratore tutta la loro storia, rendendoti molto partecipe da un punto di vista emotivo della loro avventura migratoria.

Quali sono le comunità più numerose all’interno della Regione Campania?

 
Dunque il discorso “comunità” è un pò complesso. Intanto i gruppi latinoamericani più presenti in Campania sono: quello domenicano e il gruppo andino, in particolare peruviani ed ecuadoriani. Tutti assieme tentano di unirsi in questa presunta o immaginaria comunità latinoamericana ed è un’azione di identificazione che mettono in atto per autodefinirsi agli occhi delle istituzioni locali e agli occhi di altri gruppi di immigrati più numerosi, più visibili e più forti a livello istituzionale.

Qual è l’attualità del fenomeno migratorio latinoamericano in Italia e specialmente nella zona Campana?

Direi che uno degli aspetti che più emerge è quello della femminizzazione dell’emigrazione, ovvero una presenza molto visibile delle donne, sebbene in termini percentuali siamo arrivati quasi a un 50% tra uomini e donne. È un elemento visibile perché le donne sono quelle che intraprendono per prime il viaggio, che istaurano i rapporti con la comunità napoletana, che rispondono ad una domanda di lavoro ben precisa ovvero la collaborazione domestica e la cura degli anziani, per poi avviare dinamiche di riunificazione familiare al contrario, cioè sono le donne che chiamano i propri mariti (al contrario del modello migratorio classico nel quale erano gli uomini a emigrare per primi per poi farsi raggiungere dalle mogli).

Il tuo libro “Napoli barrio latino” ha avuto varie recensioni. La prima con il Manifesto attraverso “Le Monde Diplomatique”, l’altra con il “Mattino” di Napoli e poi attraverso il sito Carmilla on – line, ad opera di Fabrizio Lo Russo. Cosa pensi di queste recensioni?
È sempre emozionante leggere commenti sul proprio lavoro, mettere il proprio lavoro nelle mani di un’altra persona che può leggerlo sotto diversi punti di vista ed è proprio quello che è successo con queste recensioni perché ogni autore ha colto un aspetto diverso del libro. Questa è stata la parte più importante.

Il tuo libro è stato editato dalla casa editrice ARCOIRIS di Salerno.

 
Si, è una giovane casa editrice che ha come aspirazione massima quella di diffondere gli studi latinoamericani in Italia, per cui tratta prevalentemente questioni latinoamericane dal punto di vista della letteratura, della politica e della cultura. Diciamo che scommette molto su tutto quello che riguarda questa parte del mondo.

Il tuo prossimo lavoro letterario?

Dopo “Napoli barrio latino”, che comunque mi ha vista impegnata per diverso tempo, per il momento mi sto dedicando a lavori più piccoli e a riordinare le idee per nuovi progetti, in particolare una raccolta di racconti di scrittori latinoamericani in Italia che con la loro penna o computer racconteranno la loro esperienza migratoria.

Adesso parliamo della tua esperienza qui in Ecuador. Non è la prima volta che sei qui, vero?
No, è la terza volta e questo grazie ad un accordo tra l’Università Andina Simón Bolívar di Quito e l’Università L’Orientale di Napoli che prevede l’intercambio accademico per docenti, ricercatori e dottorandi. Qui sono in veste di ricercatrice associata per il PADH (Programa Andino de Derechos Humanos), dunque per approfondire principalmente i miei studi migratori. Venire qua mi ha permesso di analizzare le questioni migratorie dal punto di vista dei paesi di partenza, determinanti per la cospicua presenza ecuadoriana in Italia. In questo momento, in particolare, sto studiando l’approccio istituzionale locale nei confronti della mobilità umana.

Cosa pensi dell’Ecuador dopo la terza esperienza?

Intanto sono un po’ di parte perché dopo al mio terzo viaggio mi sembra tutto più familiare. La prima volta, cioè nel novembre del 2009, è stato impattante riconoscere nella realtà elementi che avevo letto nei libri come per esempio: l’indigenismo, el mestizaje, il groviglio culturale. Inoltre, mi ritengo fortunata per essere venuta proprio a Quito, una realtà urbana decisamente interessante. Il centro storico della città merita sempre una passeggiata, una visita alla Plaza de la Independencia o alle chiese coloniali che sono ben custodite. Quito conserva molto della struttura coloniale. Dopo la terza esperienza continuo a pensare che sia un paese accogliente che ha molto da offrire ai turisti e agli appassionati o studiosi del mondo latinoamericano. Ovviamente ora emerge anche una analisi più critica, per esempio sulla presenza di un retaggio coloniale che ancora persiste (linguisticamente, emotivamente… ) e continua ad essere un elemento da cui gli ecuadoriani non riescono a liberarsi.
Ma nello specifico, si apprezzano i colori e i sapori e certi odori che sono caratteristici e che continuano a piacermi e che fanno parte di un contesto ormai familiare per me.

Quali luoghi hai visitato?

La città di Quito e le sue parti più importanti come: il centro storico, il Parque Carolina, La Marín, il Panecillo, il Mercado Artesanal. Poi sono stata ad Ibarra, ad Otavalo che è fantastica per la artesania e per il suo ventaglio di colori. La città di Cuenca che è una perla coloniale del paese e Ingapirca affascinante per le sue rovine Inca – Cañaris. Poi ho visitato la Riserva del Cajas che rispecchia lo splendore delle Ande.
A sud, sulla costa, la città di Guayaquil che è una realtà completamente diversa: la costa, la metropoli, il commercio, la fretta. Si scende dalle montagne e ti rendi conto di quanto cambi il ritmo quotidiano della gente. In un certo senso è come che se la vita all’interno delle montagne fosse più ovattata. Il cambiamento si nota quando si scende dalle Ande ed incontri le piantagioni di banane verso la costa. Poi Baños, l’ultima scoperta del 2012 assieme al mio amico Davide, ovvero un tuffo nella natura soffocante delle Ande che circondano la cittadina e che manifestano tutta la loro forza nelle cascate. In definitiva credo di aver visto diversi aspetti del Paese.

E la gente come ti è sembrata?

 
Ho attraversato varie fasi al riguardo. Credo che gli ecuadoriani siano gentili ed estremamente accoglienti, sebbene in certe circostanze è come se emergesse un atteggiamento cortese ma forzato, a volte esasperato. In ogni caso, in questi tre viaggi non mi sono mai sentita in difficoltà nel relazionarmi con loro.


E della cucina ecuadoriana?

I succhi, la varietà di frutta di cui in Italia noi non abbiamo idea, e i pochi esempi di frutta tropicale che si trovano nei nostri supermercati non ne ricordano neanche lentamente il sapore. El locro, el pan de yuca, el ceviche, el bolón de verde, la corvina con arroz sono alcune delle cose che più mi piacciono; però la cosa che mi piace di più è il pan de yuca.

Che colore daresti all’Ecuador?

Non c’è un colore, per me è l’arcobaleno. Se uno va al mercado artesanal se marea per i colori.

Che odore gli daresti?

Un odore cattivo è quello dello smog in strada, mentre un odore buono è quello della frutta.
Ci ritorneresti e perché?

Si, per scoprire altri lati di Quito e visitare altre province del paese. Inoltre ci ritornerei anche per un periodo più lungo. Penso che sia una città in cui si possa vivere, in cui si può sperimentare un’ esperienza lavorativa. Ha tanto da offrire.

Grazie, un saluto da Quito. A presto.

A presto

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