Il ricordo della casa del Che a Guayaquil (Ecuador) di Polo Aviles

Quel ragazzotto leggeva col viso al cielo – Intervista a Polo Aviles che ha conosciuto personalmente Ernesto Che Guevara nel 1953 a Guayaquil

Il ricordo della casa del Che a Guayaquil

Il quartiere di Las Peñas a Guayaquil dove nel 1953 Ernesto Che Guevara ha soggiornato per due mesi

Las Peñas, in Ecuador, ancora oggi, insieme a Cerro Santana, è il quartiere “aristocratico” della città di Guayaquil. Infatti sono due quartieri che hanno dato ben cinque Presidenti della Repubblica Ecuadoriana (Alfredo Palacio, Gustavo Noboa, Abdalà Jaime Bucaram, Léon Febres Cordero e Osvaldo Hurtado) e che continuano ad essere due centri importanti della vita sociale e politica della città costiera.

Qui, passeggiando per le strade variopinte del centro storico, ti accorgi che la realtà è ben diversa da quella della capitale. Guayaquil è la seconda città dell’Ecuador ma è la prima se si parla di finanza e commercio. Qui le lobby economiche e politiche influenzano molto la scelta dei candidati della Presidenza della Repubblica dell’Ecuador. Guayaquil e Quito rappresentano le due facce dello stesso paese. La prima calda e umida che conserva un ambiente molto simile ai caraibi, la seconda manifesta la sua natura andina selvatica e dirompente. La prima, capitale finanziaria ed economica del Paese, la seconda capitale politica ed amministrativa. In questo Paese dalle differenti realtà cosi vicine e promiscue, un giorno di oltre cinquant’anni fa giunse Ernesto Guevara de la Serna.

Nell’ottobre del 1953 Ernesto Guevara, durante il suo secondo viaggio in America Latina con l’amico Carlos Ferrer, raggiunge la città ecuadoriana di Guayaquil. Qui, nel quartiere di Las Peñas, incontra l’avvocato Ricardo Rojo, un esule argentino che grazie ad una rocambolesca fuga riuscì a rifugiarsi nell’ambasciata del Guatemala di Buenos Aires e riuscì così ad arrivare sano e salvo in Ecuador nella città di Guayaquil. L’incontro tra Rojo e Guevara risulterà molto produttivo e ispirerà quest’ultimo a partire per il Guatemala. Ricardo Rojo racconterà al giovane medico argentino, della straordinaria esperienza del Presidente guatemalteco Jacobo Arbenz che con coraggio stava sfidando la prepotenza della multinazionale bananera United Fruit Company. Dopo essere stato eletto, Arbenz tentò di nazionalizzare la suddetta multinazionale bananera, una compagnia situata negli Stati uniti che controllava gran parte del terreno agricolo della nazione. In base alla legge internazionale, deve essere concesso un giusto compenso per le proprietà straniere nazionalizzate. Venne calcolata una cifra di 600 mila dollari, sulla base del valore sottostimato dei terreni che la United Fruit Company (Ufc) aveva dichiarato per non pagare le tasse e che la compagnia, ovviamente, non ritenne sufficiente. Alla fine la riforma agraria attuata da Arbenz consentì ai contadini guatemaltechi di ricevere dallo stato ben 200 mila acri di terreno. Ernesto Guevara, affascinato da questo atto di coraggio, non esiterà molto ad andare in Centroamerica in compagnia di Ricardo Rojo. I due raggiungeranno il Guatemala, via Panama, qualche mese dopo. In Guatemala Ernesto conoscerà la sua prima futura moglia, la peruviana Hilda Gadea che lo metterà in contatto con un nucleo di rivoluzionari cubani. Questo viaggio in Guatemala rappresenterà una tappa fondamentale per la crescita rivoluzionaria dell’argentino Guevara e sarà oggetto di discussione tra i leader della rivoluzione cubana in merito alle scelte politiche da realizzare i primi anni della Rivoluzione. Infatti uno dei primi atti del nuovo Governo Rivoluzionario Cubano sarà proprio la riforma agraria, che s’ispirerà molto a quella guatemalteca del Presidente Arbenz, nel frattempo destituito con un colpo di stato della Cia nel 1954.

Nell’incontro dell’Alba dell’aprile 2009 in Venezuela, il Presidente della Repubblica di Cuba Raùl Castro ci tenne a dire, in merito a questo fatto: “Il 17 maggio 1959, si approvò la prima Legge di Riforma Agraria nel nostro paese; la legge più importante dopo la vittoria della Rivoluzione, fino a quel momento. Per me quello è stato il nostro Rubicone; passarlo significò la condanna a morte della Rivoluzione Cubana da parte di quelli che decisero sette anni prima l’invasione del Guatemala, della United Fruit Company – di cui Foster Dulles era l’avvocato- quella che a Cuba fu la United Sugar Company che subì l’impatto della riforma agraria”.

Quando Ernesto Guevara giunse a Guayaquil, alla fine del 1953, trascorse due mesi nell’esotico quartiere di Las Peñas, soggiornando in una modesta casa color pomodoro nei pressi del piccolo parco pubblico. Nel quartiere di Las Peñas viveva anche la famiglia Aviles, un modesto nucleo familiare di impiegati pubblici. Il figlio Polo Aviles, di 24 anni, con grande entusiasmo stava iniziando la sua carriera nella marina militare ecuadoriana. Il Che visse proprio di fronte alla finestra della famiglia Aviles e oggi, a raccontare del passaggio di questo giovane medico argentino c’è il signor Polo che conserva ancora una foto in bianco e nero della “casa del Che” come la chiamano qui nel quartiere. Non è stato facile trovare la casa. All’inizio pareva quasi una leggenda, di quelle leggende metropolitane fatte per rafforzare l’identità di un luogo.

E a dare lustro al quartiere di Las Peñas forse non bastavano i cinque presidenti. Forse ci voleva qualcosa in più, come il passaggio di un personaggio di importanza internazionale per aumentare l’aura della zona, quindi la figura del Che era perfetta. Ma le voci erano tante, e dunque, anche per una smentita era importante partire alla ricerca sella famosa casa. In giro qualcuno mi guardava incredulo e accennava un sorriso. Le persone più anziane mi raccontavano di questa presenza nel quartiere di qualche tempo fa. Mi menzionavano una casa color pomodoro e un museo. Non riuscivo a capire il nesso. Alla fine, la costanza è stata premiata ed ecco apparire la casa color pomodoro, oggi sede di una casa museo di quadri d’arte moderna e contemporanea. Proprio all’ingresso mi si avvicina un signore, che si presenta come Luis. E’ un artista, un pittore, conferma che questa è stata la casa del Che e mi racconta che nel quartiere quasi tutti conoscono la sua storia del e quella del suo arrivo a Las Peñas. E aggiunge: “La municipalità non ha fatto niente per recuperare la memoria storica di questo luogo, anzi ha sempre ostacolato qualsiasi iniziativa in tal senso. Qualche anno fa nel quartiere è nato un comitato promotore per dar vita ad un museo del Che, ma poi non si è fatto più nulla. Ora, con la nuova amministrazione di destra, è ancora più difficile riprendere questo lavoro. Ogni tanto giunge qualche giornalista straniero per dei reportage, ma non c’è altro. Chi, indirettamente, realizza un lavoro di recupero storico di questo luogo siamo proprio noi che lavoriamo qui. In realtà la casa in cui ha abitato Ernesto Guevara non è questa, bensì quella dove attualmente abbiamo un modesto magazzino in cui riponiamo i nostri strumenti e il materiale necessario a lavorare. Oggi ha un altro aspetto rispetto al passato”. Mentre il signor Luis continua la descrizione raggiungiamo il magazzino. È pieno di luce, con la finestra che si affaccia sul cortile e da cui se ne vede un’altra, quella di casa Avila. “E’ proprio di fronte, e per saperne di più sul Che, meglio rivolgersi a Polo Avila, che ai tempi era il suo dirimpettaio”. Detto fatto. Luis sostiene che in quartiere lo conoscono tutti, così parto verso una tiendita (un negozietto) dove per pochi centesimi si acquistano degli squisiti succhi di frutta tropicale.

Chiedo del signor Polo e della casa del Che; mi sorridono come a farmi intendere che non sono il primo a fare ricerche su questa casa. Si alzano in due e mi indicano dove poter incontrare il signor Polo. Ancor prima di salutarli aggiungono :”El abuelito (il nonnino) è sempre affacciato alla finestra, passa la sua giornata praticamente lì e, mi raccomando quando chiedi qualcosa, avvicinati perchè è sordo”.

Ringrazio e dopo alcuni metri di ricerca lo trovo alla finestra del suo modesto appartamento, come mi era stato già detto. Mi vede arrivare con una macchina fotografica e un quadernino dove appuntare le informazioni. Per lui sono già un giornalista televisivo, così mi chiede a quale televisione appartengo, ma io gli rispondo semplicemente che sono affascinato dalla storia di questa casa nel quartiere. Dopo questo breve approccio mi accorgo che si avvicina per ascoltare meglio ciò che dico. Il suo sorriso cordiale mi dà fiducia e m’invita ad entrare a casa sua.

Giunto nel bellissimo patio coloniale della sua dimora cominciamo a chiacchierare. Polo, non appena gli chiedo del Che, si alza e con passo lento ma deciso va a prendere alcune foto che custodisce in una piccola scatola di latta, dove probabilmente qualche tempo fa vi erano dei biscotti. Prende la prima foto ingiallita, ma ancora nitida, e inizia il suo racconto: “Ernesto Guevara viveva qui di fronte, in questa casa color pomodoro dove oggi si espongono dei quadri. Di fianco, come vedi, c’è un piccolo parco pubblico con alcune panchine. Allora le panchine non c’erano. Lì Ernesto si sdraiava a terra, con il viso rivolto al cielo, con le gambe incrociate e restava ore ed ore a leggere tranquillamente. La sua presenza seppur silenziosa era molto comunicativa. Nel quartiere non passava inosservato, in quanto qui ci si conosceva tutti e questo bel ragazzotto suscitava interesse soprattutto tra le ragazze, ossia tra le nostre amiche. Ricordo un particolare interessante. Lui tutti i giorni andava a far visita ad una famiglia argentina che viveva qui in zona. Una famiglia molto conosciuta e rispettata, tra l’altro. A dire il vero allora non ricordavo il cognome di questi argentini e purtroppo col tempo è divenuto ancor più difficile. Si sapeva poco di questa famiglia, era molto riservata. In giro non si sapeva molto di questo ragazzo, lo chiamavano semplicemente l’argentino. Solo dopo alcune settimane seppi del nome Ernesto”.

E Polo, prosegue: “Non so se riesci a immaginare cosa abbiamo provato quando alcuni anni dopo lo abbiamo visto sui giornali e alla televisione. Sto parlando della vittoria della rivoluzione cubana, sei anni dopo. E’ stato un fatto impressionante. Una vera sorpresa il rivedere quel ragazzo silenzioso tutto intento nelle sue letture trasformato in un effervescente rivoluzionario. A parlarne mi viene ancora la pelle d’oca”.

Nel frattempo all’esterno della finestra si avvicinano dei ragazziincuriositi della mia presenza che vogliono ascoltare la conversazione. Evidentemente non tutti conoscono la storia del Che in Ecuador e cosi ne approfittano per saperne di più. A loro si aggiungono altre persone, tra cui una dottoressa che coglie l’occasione per intervenire e dire la sua. “Anch’ io ricordo di questo ragazzo qui nel quartiere. Allora avevo 16 anni, ero più piccola del signor Polo, ma mi ricordo bene del “Che”. Quando passavo di qui con le mie amiche notavamo sempre questo bel giovane impegnato a conversare con alcune persone della zona. A dire la verità, passavano di qui anche quando non era necessario. Ma non sapevamo molto su di lui. Sentimmo parlare del Che solo alcuni anni dopo, quando nel 1959 ci fu la rivoluzione a Cuba. Qui nel quartiere iniziò a circolare la leggenda del giovane che leggeva nel parco come il rivoluzionario d’America Latina. Quando si sono viste le foto abbiamo capito che non era una favola, ma era la realtà”. La signora Livia, oggi dottoressa dell’ambulatorio del quartiere, aggiunge: “Non sono mai stata a favore del socialismo, ma che uomo incredibile fu il Che! E’ impossibile non ammirarlo ”. Questa breve chiacchierata è l’occasione per continuare a stimolare la conversazione con il signor Polo che continua a narrare la sua testimonianza: ”Quando entrai a far parte della marina militare ecuadoriana, a 24 anni, era il 1955 e qui nel continente c’era un’aria pesante. Nell’esercito c’era una rigida disciplina e un indottrinamento inimmaginabili per chi non li ha provati. Il pericolo e il nemico principale da combattere erano rappresentati dai ‘rossi’. La guerra fredda cominciava il suo corso. Devo confessare che quell’atmosfera mi ha aiutato ad avere più coscienza di ciò che stava accadendo nel continente da un punto di vista politico. Prima non avevo assolutamente interesse per questa tematica. E cosi, quando giunse il 1 gennaio del 1959 con la vittoria della Rivoluzione Cubana, nel nostro ambiente non si parlava d’altro. Cosi mi ricordo del Che, di questa figura che su di un carro entrava vittorioso nella capitale cubana. I nostri superiori ci dicevano che quanto era accaduto a Cuba, sarebbe risultato un fuoco di paglia. Hanno peccato d’analisi politica e di lungimiranza. Quel fuoco di paglia, nel frattempo, è diventato un fuoco ardente che è divampato in tutto il continente”. Il sorriso tenero del signor Polo mi accompagna alla porta.

Lascio il suo appartamento e mi dirigo al parco per vivere solitariamente questo luogo cosi silenzioso e pieno di vita dove lui si sdraiava a terra per leggere con lo sguardo verso il cielo. Mi viene in mente una foto del Che ad un balcone di Buenos Aires nel 1948 . In quella foto il ventenne Ernesto rivolge il suo sguardo intelligente al cielo, lo stesso descritto dagli abitanti del quartiere di Las Peñas che non hanno dimenticano quel bel ragazzotto silenzioso e perso nelle sue letture.

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Una risposta a Il ricordo della casa del Che a Guayaquil (Ecuador) di Polo Aviles

  1. silvia ha detto:

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