Il Monsignor Leonidas Proaño: Il vescovo degli indigeni

Monsignor Leonidas Proaño: il vescovo degli indigeni

Con la presa di posizione dei vescovi latinoamericani nel 1968 a Medellin, durante il Consiglio Episcopale Latinoamericano, si dava inizio ad una nuova forma d’evangelizzazione. I vescovi condannavano la situazione d’ingiustizia istituzionalizzata che si realizzava in Sudamerica che violava i diritti fondamentali dell’uomo. Si delegittimava, dopo quasi cinque secoli di storia, l’evangelizzazione conquistatrice perpetuata dalla Chiesa Cattolica durante la conquista dell’America.

Monsignor Leonidas Proaño - Teologo della Liberazione dell'Ecuador

L’America, come racconta lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano nello straordinario libro “Le vene aperte dell’America Latina”,  era il vasto impero del diavolo, d’impossibile o incerta redenzione. L’evangelizzazione conquistatrice veniva benedetta ad ogni avanzata dei conquistadores, che, giunti nelle nuove comunità indie, leggevano proclami incomprensibili nei quali si esortavano i popoli locali alla conversione alla fede cristiana. In caso contrario si sarebbero verificate delle nefaste conseguenze per l’intera popolazione.

Da Medellin in poi, l’evangelizzazione in America Latina avrebbe avuto un’altra funzione e avrebbe espresso un nuovo linguaggio, cioè quella d’elevare il livello culturale, economico, sociale e spirituale delle comunità indigene. In pratica si apriva la strada per la liberazione sociale del popolo indio.

La riflessione teologica di lì in avanti, in seno al vescovato latinoamericano, prenderà il nome di Teologia della Liberazione; termine coniato dopo la pubblicazione del libro “Historia, polititica y salvación de una teologia de Liberación” del teologo peruviano Gustavo Gutierrez.

Alla gerarchia ecclesiastica si contrapponeva un nuovo soggetto, più ampio, più plurale: “Il popolo di Dio”. Una nuova categoria introdotta dal Concilio Vaticano II, che sotto la guida del Papa “Buono” Giovanni XXIII, poneva la Chiesa davanti alla realtà del mondo e degli uomini.

D’ora in avanti si professava la parola del Signore camminando a fianco dei popoli originari del continente. Ci si spogliava delle ricchezze materiali per indossare i simboli e gli indumenti tipici di questi popoli. Come avrebbe fatto di lì a poco il Monsignor Leonidas Proano, il vescovo degli indios, che con i suoi “zapatos de charol” e col suo poncho rosso avrebbe attraversato per anni le splendide terre della regione del Chimborazo: la regione ecuadoriana con la più alta percentuale di presenza indigena.

Leonidas Proano, pastore e profeta della Nuova Evangelizzazione in America latina, fu un vero cristiano che visse per servire i più poveri, i discriminati e i dimenticati della società. Per gli indigeni ben presto divenne “Taita Obisbo” ossia il Papa Vescovo, perché seppe con sensibilità avvicinarsi a questa realtà con grande spirito di sacrificio e devota umiltà. Seppe condividere il pane, la parola e la speranza di chi aveva vissuto per secoli solo ingiustizia, sfruttamento e  miseria.

Nato il 29 gennaio 1910, nel piccolo paese di Sant’Antonio de Ibarra nella provincia dell’Imbabura nel nord dell’Ecuador, Leonidas Proano ben presto intraprese gli studi religiosi nel seminario Menor de San Diego dove conseguì il diploma. Nel 1936 venne nominato sacerdote del Senor della città di Quito e nel  marzo del 1954 divenne il vescovo di Riobamba.

Qui ha inizio il suo lungo e difficile cammino con e per i suoi devoti. Una fervida missione riconquistatrice della dignità umana, un rinnovato catechismo di base che valorizzava soprattutto gli aspetti comunitari.

Il nuovo vescovo si mescolava agli indios e nel mescolarsi capì che li tra loro, Dio lo aspettava. Leonidas Proano non voleva dare risposte parziali, non voleva ampliare la letteratura sugli indio, voleva semplicemente restituire dignità. Sono impressionanti le parole da lui utilizzate per descrivere i volti e gli aspetti di questi essere umani incontrati durante le sue attività pastorali nella regione del Chimborazo. Ne da un’ampia descrizione nella lettera scritta al professor Roberto Morales in data 10 ottobre 1954: “…vestono di nero e grigio. Hanno l’aspetto sporco e ripugnante. Non si lavano mai. I capelli cadono davanti alle loro fronti con totale incuranza e non esce un mezzo dito del loro viso. Credimi molte volte non ho dove porre le mie dita per la comunione. Neri e malcurati sono i loro denti. L’accento della loro voce sembra un lamento. Ti guardano come se fossero dei cani maltrattati. Vivono come topi, dentro dei piccoli buchi scavati nel terreno. Sfruttati senza misericordia dai grandi milionari della Provincia..”.

Il vescovo Proano non accettava questo stato di cose. Non accettava che questi poveri essere umani dovessero continuare a vivere in questo stato di totale abbandono e indigenza. Non riusciva a comprendere, come la stessa Chiesa non reagisse a questa disumanità. Lui, invece, reagì con coraggio sfidando i potenti latifondisti, la gerarchia della Chiesa e i poteri economici e politici del Paese.

Monsignor Leonidas Proano muore a Quito il 31 agosto del 1988 all’età di 78 anni dopo aver ricevuto in Austria dall’Università Bruno Kreisky, il Dottorato Honoris Causa per la difesa dei diritti umani.

Taita Obispo non ha voluto abbandonare coloro per i quali ha lottato per l’intera esistenza difendendo i loro diritti umani. Ora riposa presso la piccola ed umile località di Pucahuaico che nel linguaggio Kichua significa “rosso spezzato”. Lui non ha voluto spezzare i legami con la sua terra natale e con i suoi indigeni che riposano nella piccola cappella fatta costruire dal Monsignor prima della sua morte. E’ suggestivo vedere come all’interno della chiesetta di Pucahuaico oggi ci siano ben otto affreschi che raffigurano otto personaggi appartenenti alla storia del popolo indio. Personaggi che hanno sacrificato la vita per la causa del popolo indio dell’Ecuador come i capi Atahualpa, Iumandi e Daquilema. Quando incontro Nelly Arrobo Rodas, Presidente della Fundaciòn del Pueblo Indio di Pucahuaico (organizzazione fondata dallo stesso Leonidas Proano) mi dice: “pensa che è l’unica chiesa cattolica ad avere, come affreschi, personaggi indigeni. Li abbiamo fatti mettere noi ed è bello vedere il Monsignor affianco a Dolores Cacuango abbracciare il suo popolo. Resta per tutti noi ancora oggi il vescovo degli indigeni”.

Davide Matrone

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