La Dottrina della Sicurezza in Ecuador

La Dottrina della Sicurezza Nazionale in Ecuador

La Dottrina della Sicurezza Nazionale impartita dagli Usa durante la guerra fredda in America Latina ha mietuto migliaia e migliaia di vittime che ancora oggi non hanno avuto giustizia e verità.
In nome di questa dottrina i governi fantoccio latinoamericani avevano l’obiettivo di annientare qualsiasi forma d’opposizione che andasse contro i piani delle politiche dettate dalle amministrazioni statunitensi.

Tutte le organizzazioni o singole persone che lottavano per rivendicazioni sociali furono catalogate come comuniste o sovversive. Gli scioperi, le riunioni, le manifestazioni furono considerate come azioni che perturbavano l’ordine e la pace dello Stato e dovevano essere represse assolutamente attraverso la Polizia di Stato o dalle Forze Armate. In nome della Sicurezza Nazionale reparti dell’esercito hanno utilizzato spesso metodi violenti e coercitivi che violavano qualsiasi diritto umano.
Oltre alle organizzazioni politiche di sinistra furono messe al bando anche settori del cattolicesimo di base che s’identificavano con la Teologia della Liberazione che furono oggetto di persecuzione e di dura repressione.

Scomparse, torture, violenze sessuali, attentati alla vita, sequestri, intimidazioni e persecuzioni erano solo alcuni strumenti utilizzati dai corpi delle Forze Armate e da reparti della Polizia di Stato.
Ancora oggi si ricordano le migliaia di casi di scoparsi in Cile e in Argentina durante le dittature militari di Pinochet e Videla ma in realtà casi analoghi si sono verificati in tutti i Paesi dell’America Latina e del Centro America.

Negli ultimi 30 anni, grazie alla crescente domanda di giustizia dei familiari delle vittime, si sono costituite commissioni per la verità in più di 30 Paesi. In America Latina ad esempio si sono costituite in: Cile, Argentina, Guatemala, El Salvador, Perù, Paraguay ed infine in Ecuador.
Anche quest’ultimo paese è stato vittima di gravi violazioni dei diritti umani da parte dello Stato. Non sono stati casi isolati ma rispondevano alla già citata Dottrina della Sicurezza Nazionale.

In Ecuador con il decreto presidenziale n ° 305, il 3 maggio del 2007 si è costituita la “Commissione Verità” per accertare i casi di violazione dei diritti umani avvenuti tra il 1984 e il 2008.
Sin dalla sua costituzione, la commissione ha ricevuto l’appoggio del governo nazionale presieduto dall’economista Rafael Correa Delgado.
A presiederla il Dott. Julio Cesar Trujillo, il Monsignor Luis Alberto Luna Tobar, Elsie Monge Yoder e Pedro Restrepo Bermudez più un comitato dei familiari delle vittime.
Sono stati consultati oltre 30 mila documenti declassificati dallo Stato provenienti principalmente dal Consiglio di Sicurezza Nazionale, dal Ministero della Difesa e dalla Polizia Nazionale.
Ecco alcuni dati emersi dal rapporto pubblicato in questi giorni dalla “Commissione Verità” in Ecuador.

Dal 1984 al 2008 in Ecuador si sono accertati 831 casi di violazione dei diritti umani che hanno portato alla morte di 456 persone.

Il periodo nero è risultato senz’altro quello che va dal 1984 al 1988 quando a governare il Paese c’era il Presidente della Repubblica Leòn Febres Cordero. Infatti delle 456 vittime, 320 si ebbero solo in questo periodo ossia il 70.2% delle vittime totali, mentre le restanti 136 vittime si registrano dal 1989 al 2008.

Degli 831 casi di violazione dei diritti umani si registrano le seguenti modalità: 365 casi di tortura, 269 privazione illegale di libertà, 86 casi di violenza sessuale, 68 esecuzioni sommarie, 26 attentati alla vita, 17 scomparse forzate.

Delle 456 vittime l’84% (385) sono stati uomini il restante 16% (71) donne. Le nazionalità d’appartenenza sono state: 429 ecuadoriani, 21 colombiani, 4 peruviani, 1 spagnolo ed 1 cileno. La maggioranza delle vittime il 53% (241) avevano un grado d’istruzione elementare – secondaria. La provincia col più altro tasso di violazione dei diritti risulta Guayas 145, Pichincha 84, El Oro 71 e Loja 66.

Il periodo, come già detto, in cui si sono registrati molti decessi è stato quello che è intercorso dal 10 agosto 1984 al 10 agosto 1988 dove le vittime furono 310 (68%) delle 456 in totale. Il Presidente d’allora era Leòn Febres Cordero. A seguire il periodo della Presidenza di Sixto Duran che va dal 10 agosto 1992 al 10 agosto 1996 con 30 vittime pari al 6.6% dei casi totali e poi quello del Presidente Fabian Alarcòn che va dal 12 febbraio 1997 al 10 agosto 1998 con 22 vittime pari 4.8% di quelle totali.

Le persone coinvolte in questa lunga storia di atroci violazioni dei diritti umani sono 70: 1 Presidente della Repubblica, 5 Ministri di Stato, 1 collaboratore presidenziale, 1 collaboratore ministeriale, 1 segretario della Presidenza della Repubblica, 2 governatori provinciali (presidenti della regione in Italia), 6 intendenti di polizia, 1 segretario d’intendenza di polizia, 2 commissari di polizia, 1 tenente politico, 1 capo politico, 4 direttori di carcere, 2 impiegati ministeriali, 1 agente di sicurezza del governo provinciale, 1 capo nazionale della DINACTIE, 1 capo del corpo dei vigili del fuoco, 1 incaricato d’affari tra l’Ecuador ed il Costa Rica, 13 agenti del PM, 7 giudici, 1 presidente della seconda corte distrettuale, 4 periti, 2 sindaci ed 11 impiegati municipali.

Il periodo nero 1984 – 1988

Il 10 agosto del 1984 assunse il potere Leòn Febres Cordero rappresentante della destra che si riuniva nel Frente de Reconstrucciòn Nacional (FNR). Sin dall’inizio il Governo di Febres Cordero si allineò agli Usa e alla sua ideologia anticomunista. L’Ambasciatore Usa in Ecuador Fernando Rondòn in varie occasioni intervenne in faccende interne ecuadoriane.

Il modello imposto in questo periodo fu di chiara matrice neoliberale incentrato sull’importazione di materie prime, nella drastica riduzione del ruolo statale, col favorire e incrementare i profitti dei grandi gruppi economici e favorire gli investimenti esteri. Per attrarre capitali stranieri si emanarono leggi che davano ampie concessioni alle multinazionali straniere nello sfruttamento delle risorse naturali del Paese. Il Governo concesse ampie zone, che corrispondevano a territori appartenenti ai popoli originari dell’Amazzonia e della Costa, a imprese straniere che deforestarono e inquinarono il medio ambiente.

In questo contesto che nel 1986 nacque la Confederaciòn de Nacionalidades Indigenas del Ecuador (CONAIE) con l’obiettivo di far fronte alle aggressioni contro i popoli indigeni e la loro relazione con la natura.

Dal 1984 al 1988 il debito estero s’incremento del 45% . Nello stesso periodo le spese statali nei settori dell’ educazione e del benessere sociale passarono dal 22,65% al 19,57% e quelle relative alla salute dal 9,26% al 7,84%. Le politiche economiche risposero praticamente ai dettati del FMI che portarono in sostanza alla svalutazione della moneta nazionale (Sucre) del 448,9%.

Febres Cordero imposto un modello di governo autoritario e di permanente conflittualità con tutti quei settori non allineati alle politiche governative.
La repressione ebbe come bollo la Dottrina e la Legge Nazionale di Sicurezza la stessa promulgata e praticata durante il triunvirato militare del 1976 – 1979.

Per reprimere i settori sociali e politici avversi il Governo creò, con l’appoggio di imprese private, gli squadroni della morte: gruppi speciali della polizia equipaggiati con sviluppati mezzi di comunicazione ed armi moderne che vigilavano le città 24 ore al giorno.

Durante questo periodo fu attuata una censura preventiva per tutti i mezzi di comunicazione e i giornalisti non inclini all’ideologia dominante venivano duramente perseguitati, inoltre 37 emittenti radiotelevisive furono zittite.

In questo periodo s’istituzionalizzò la tortura specialmente nel Servicio de Investigaciòn Criminal (SIC). Insieme alla tortura si ebbero scomparse forzate, esecuzioni sommarie, omicidi, abusi di potere da parte delle Forze Armate.

I casi di violazione dei diritti umani non furono sporadici e isolati ma formavano parte di una politica di Stato di carattere sistematico e permanente.

Davide Matrone

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