Incontro di solidarietà con il popolo venezuelano a Quito: le dichiarazioni della parlamentare italiana, Giovanna Martelli.

https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanna_Martelli

Quito, 9 agosto 2017

La presenza della deputata italiana a Quito, durante l’incontro di solidarietà con il popolo venezuelano, ha avuto un peso importante. La parlamentare in questione è Giovanna Martelli, impegnata da tempo nel processo di ricostruzione di pace in Colombia e per la reincorporazione degli ex guerriglieri delle Farc nella vita civile. Giovanna ha un attenzione particolare, dall’Italia, rispetto alle questioni latinoamericane, per questo motivo non poteva mancare a quest’incontro realizzato da alcune organizzazioni internazionaliste della sinistra ecuadoriana. Il suo intervento è molto diretto, chiaro e semplice. I presenti apprezzano il pragmatismo e l’impegno della deputata italiana. Si nota chiaramente il suo compromesso per la costruzione di ponti di pace, e per il lavoro realizzato nel proprio paese coi migranti.

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Giovanna Martelli ha dichiarato:

Innanzitutto, è fondamentale lavorare per la costruzione della pace in questa parte del mondo. È importante comprendere le ragioni che fomentano la violenza in America Latina. È doveroso analizzare le cause strutturali che producono le ingiustizie sociali nel continente. Non possiamo parlare di pace in Colombia e Venezuela senza esaminare le cause che generano i conflitti. Dobbiamo creare contatti e reti a livello internazionale, lavorare dai propri territori per agevolare tutti i processi di pace come lo stiamo facendo noi coi migranti colombiani in Italia col gruppo “sembrando paz”. In Europa stiamo vivendo la terza guerra mondiale  contro i migranti.

Dobbiamo lavorare creando reti d’informazioni alternative perché è in atto una guerra mediatica delle oligarchie dei mezzi d’informazione che silenziano la voce dei popoli”

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Incontro di solidarieta’ Ecuador – Venezuela.

Quito, 9 agosto 2017

La pace in America Latina

Colombia Venezuela

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Riporto le dichiarazioni di Pedro Sassone: Ministro e Consigliere dell’Ambasciata di Venezuela e Rappresentante Venezuelano nella Segreteria dell’Unasur.

L’opposizione venezuelana sta provando in tutti i modi di destabilizzare il nostro paese e sta cercando di mettere fine alla rivoluzione bolivariana. Il governo Maduro non cede e resiste. Il processo di destabilizzazione si ‘e concentrato, a mio avviso, in quatto fasi strategiche. La prima fase, denominata guerra economica, colpisce i settori principali del sistema produttivo e distributivo del paese. Una fase ancora attiva che vuole mettere in ginocchio la nostra economia con l’applicazione sistematica del boicottaggio, dello sciopero e di qualsiasi strumento che limiti il processo di produzione e di distribuzione delle merci nel paese. L’opposizione sta ripetendo quello che si é realizzato nel’ottobre del ’72 in Cile (Paro de octubre 1972 en Chile)con lo scopo di aumentare il malcontento popolare e di aumentare la sfiducia verso le nostre istituzioni. Un meccanismo sperimentato e applicato dagli Stati Uniti in molti paesi del mondo. La seconda fase, denominata guerra mediatica, vede la partecipazione dei mezzi di comunicazione nazionali (El Nacional, El Universal in particolare) e internazionali. Una guerra quotidiana, presente e scientificamente orchestrata dai principali gruppi mediatici a livello nazionale, regionale e internazionale. La terza fase, denominata caoticizzazione della vita politica, ha come obiettivo delegittimare tutti i protagonisti della rivoluzione bolivariana creando sfiducia e malcontento all’interno delle nostre fila, armando finti scandali e casi di corruzione. La quarta e’ quella dello sviluppo organizzato della violenza. Quest’ultima fase si ripropone periodicamente, e con maggior forza dal 2014 (la rivolta dei guarimbas ndr). Questa strategia ha gia’ causato centinaia di morti tra i civili e solo in quest’ultimi mesi abbiamo registrato 125 morti, di cui 20 persone bruciate vive. La gran maggioranza delle persone uccise dai gruppi eversivi di destra, erano militanti chavisti.  Da qualche tempo denunciamo la presenza del paramilitarismo nelle fila dei gruppi che creano violenza nelle nostre strade. Son strutture organizzate militarmente con l’appoggio del paramilitarismo colombiano e di elementi della destra internazionale che appoggiano economicamente e logisticamente queste frange estremiste che attuano creando terrore nella popolazione civile.

Nel mese di luglio 2017 abbiamo denunciato quanto segue: dai giorni 15 e 16 di luglio l’opposizione si e’ mossa d’accordo ai punti 2 e 3 delle fasi strategiche prima descritte per attirare l’attenzione dei mass – media internazionali. Hanno montato un processo costitutivo illegittimo di uno stato parallelo. Dal 15 luglio si è registrata la presenza, sul nostro territorio, di 500 mezzi di comunicazione provenienti da tutto il mondo e la presenza di tre ex presidenti latinoamericani che hanno avallato il processo farsa in corso. Il MDU, dopo alcuni giorni, ha dichirarato pubblicamente, attraverso mezzo stampa, di aver raccolto 7 milioni di firme di cittadini venezuelani contrari al regime. Di queste firme non abbiamo avuto traccia e testimonianza. Il giorno 18 luglio, si ‘e poi montato lo show del giuramento davanti al Tribunale di Giustizia dell’ipotetico Stato parallelo. La farsa della costituzione dello Stato parallelo, e senza alcuna leggittimita’, si ‘e sgretolata il giorno 30 luglio quando oltre 8 milioni di venezuelani hanno ratificato – con il proprio voto – l’appoggio all’Assemblea Constituente. Durante la giornata del 30 luglio abbiamo denunciato, ai mezzi di comunicazioni presenti e agli osservatori internazionali, che si sono verificati casi di boicottaggio, ostruzione, 25 sedi elettorali bruciate, la presenza di paramilitari stranieri per le strade e tentativi di caos da parte di gruppi di destra che non accettano in nessun modo le regole del gioco democratico.

Dal 30 luglio e’ ritornata la pace nelle strade del paese e si ‘e conclusa la farsa della costituzione dello stato parallello illegittimo. All’opposizione non resta che proseguire la strada della guerra mediatica permanente ed ora sta attuando una nuova fase, la quinta: costituzione di una rete, a livello regionale, coi governi conservatori e di destra (Peru, Brasile, Argentina, Colombia, Messico, Panama, Honduras e Paraguay tra gli altri). Non e’ casuale che, una settimana dopo la vittoria schiacciante del governo Maduro, si sono riuniti in Peru i ministri degli esteri di 16 paesi americani (centro america, caraibi e sud’america) per approvare un documento unanime di condanna verso il governo Maduro e addirittura sanzionarlo economicamente. Quanto sta accadendo in questo momento avra’ altre conseguenze e i risultati li vedremo nei prossimi mesi.

La sconfitta elettorale del 30 luglio ha provocato, per il momento, una nuova divisione nell’opposizione. Una parte di essa ha fatto intendere che accettera’ di partecipare alle elezioni amministrative del prossimo dicembre quando si dovranno eleggere i governatori delle province. C’è un’altra parte, quella piu’ reazionaria, che col chavismo non vuole accettare nessuna forma di dialogo e non lo legittima assolutamente.

Terminando voglio far presente che riportiamo l’appoggio unanime nella VI riunione del Consiglio Politico dei paesi membri dell’ALBA – TCP.

Segue il documento:

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CARTA A LOS PERIODISTAS_ Alex Zanotelli

“Recurro a ustedes periodistas, hombres y mujeres, para que tengan el valor de romper el vergonzoso silencio mediático que pesa especialmente sobre África”
Texto: P. Alex Zanotelli / Traducción: P. Natale Basso /

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Estimados colegas,
Perdonen si me dirijo a ustedes, pero el creciente sufrimiento de los más pobres y marginados me empuja a hacerlo. Por esto como misionero escribo (pertenezco yo también a esta categoría) para ayudar a escuchar su grito, un grito que encuentra siempre menos espacio en los mass-media. Pues me doy cuenta que la mayor parte
de nuestros medios de comunicación, ya sean los impresos como los televisivos, son muy cerrados y superciales, y muy bien integrados en el mercado global.
Sé que los mass-media lastimosamente están en mano de los poderosos grupos económico-nancieros, por lo que cada uno de ustedes tiene muy escasas posibilidades de escribir lo que quisiera. No les pido heroísmos, solo intentar que pase diariamente una que otra noticia para ayudar a nuestro pueblo a entender los dramas que muchos están viviendo.
Recurro a ustedes periodistas, hombres y mujeres, para que tengan el valor de romper el vergonzoso silencio mediático que pesa especialmente sobre África (lastimosamente son muy pocas las excepciones en este campo).
Es inaceptable, a mi manera de ver, el silencio acerca de la dramática situación de Sudán del Sur (el más joven estado de África), metido en una impresionante guerra civil que ha causado ya por lo menos trescientos mil muertos y millones de personas huyendo.
Es inaceptable el silencio sobre Sudán, gobernado por una dictadura en guerra contra el pueblo en las montañas del Kordofán y con los Nubas, el pueblo mártir de África, y contra las etnias del Darfur.
Es inaceptable el silencio acerca de Somalia que vive una guerra civil desde más de treinta años con millones de refugiados dentro y fuera del País.
Es inaceptable el silencio sobre Eritrea, gobernada por uno de los regímenes más opresores del mundo, con cientos de miles de jóvenes huyendo hacia Europa.
Es inaceptable el silencio sobre África Central que sigue carcomida por una guerra civil que parece no acabar nunca.
Es inaceptable el silencio acerca da Sahel, desde Chad hasta Malí, donde los poderosos grupos yihadistas podrían constituirse en un nuevo Califato de África negra.
Es inaceptable el silencio acerca de la caótica situación de Libia donde todos chocan contra todos, por causa de aquella maldita guerra contra Gada.
Es inaceptable el silencio acerca de lo que está pasando en el corazón de África, sobre todo en Congo, desde donde llegan nuestros minerales preciosos.
Es inaceptable el silencio acerca de treinta millones de personas que arriesgan morir por hambre en Etiopía,
Somalia, Sudán del Sur, norte de Kenia y en los alrededores del lago Ciad, donde se vive, a juicio de la ONU, la peor crisis alimenticia de los últimos cincuenta años.
Es inaceptable el cambio climático de África, que corre el riesgo de tener a nal del siglo las tres cuartas partes de su territorio inhabitable.
Es inaceptable el silencio sobre la venta a esos países de armamentos pesados y ligeros que hacen prosperar guerras siempre más crueles, de las que están obligados a huir millones de personas.
Es evidente que no conociendo todo esto es imposible entender porque tanta gente huye de su tierra arriesgando la vida para refugiarse en territorios más seguros.
Y esto crea la “paranoia de la invasión”, alimentada también por los partidos y los grupos xenófobos.
Pero, nadie conseguirá parar los desesperados de la historia. Este fenómeno ya no es una emergencia, sino que es estructural al sistema económico-nanciero.
La ONU calcula que para el año 2050 habrá alrededor de cincuenta millones de prófugos climáticos desde África.
Frente a todo esto no podemos callar. Y por lo mismo les pido que rompan este silencio-prensa sobre África, urgiendo a sus medios de comunicación a hablar sobre
el asunto.
Hagamos todos/as lo posible para acabar con este maldito silencio.

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El enfoque de las capacidades: ¿una teoría pedagógica?

Giuditta Alessandrini (coordinadora)

Traducción de Davide Matrone

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Esta obra se focaliza en la valencia que los estudios de Martha Nussbaum tienen en el campo educativo y pedagógico, es decir, en la que se pueda definir la “pedagogía implícita” de la autora norteamericana. El enfoque de las capacidades elaborado en las obras más conocidas de Nussbaum, llama en causa tout court la relación entre dos motivaciones internas del argumentar pedagógico: el tema de la educabilidad humana y el tema del desarrollo y del crecimiento como autorrealización. El elemento central es la pregunta relativa al cómo valorizar el potencial de las personas, es decir, las capacidades y porqué esta acción de apoyo puede ser garantía de un welfare justo y eficaz.

En la obra de filosofía hemos podido encontrar, entonces, junto con colegas coautores del texto, algunos “rastros” pedagógicos, en el sentido que muchas cuestiones tratadas tienen un tejido de argumentaciones que evoca cuestiones propias del dispositivo pedagógico. Una publicación del área de educación, de la carrera de pedagogía de la Universidad Politécnica Salesiana.

http://abyayala.org/Abyayala2016/producto/el-enfoque-de-las-capacidades-una-teoria-pedagogica/

 

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Lettera dal Venezuela alle italiane e agli italiani

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Pubblichiamo una importante lettera sottoscritta da diversi connazionali in Venezuela e inviata agli italiani, sulla strumentalizzazione della “presenza italiana” in questo paese – fatta in più occasioni anche da dirigenti politici e di Governo – e sulla (dis)informazione a senso unico che è rilanciata dai maggiori media italiani sul paese sudamericano. (Segue testo integrale)

da cambiailmondo.org

“Care italiane, cari italiani, cari connazionali,

leggendo nei siti on line di gran parte dei quotidiani italiani ed ascoltando i report radiofonici e televisivi emessi dalla Rai e da altre catene, abbiamo purtroppo registrato che rispetto ai fatti venezuelani, vige una informazione a senso unico che rilancia esclusivamente le posizioni e le interpretazioni di una delle parti che si confrontano.

Abbiamo anche letto e ascoltato spesso che l’attenzione prestata alla situazione venezuelana viene giustificata per la presenza in Venezuela di una ‘consistente comunità italiana o di origine italiana’ in sofferenza e che sembrerebbe essere accomunata in modo unanime alle posizioni dell’opposizione.

Noi sottoscrittori di questa lettera, siamo membri di questa comunità. Ma interpretiamo in modo assai diverso l’origine e le cause della grave situazione che attraversa il paese dove viviamo da tanti anni e dove abbiamo costruito la nostra vita e formato le nostre famiglie. Siamo in questo paese perché vi siamo arrivati direttamente o perché siamo figli e nipoti di emigrati italiani che raggiunsero il Venezuela nel dopoguerra per emanciparsi dalla situazione di povertà o di mancanza di opportunità e di lavoro in Italia.

In tanti abbiamo condiviso e accompagnato il progetto di socialismo bolivariano proposto da Chavez e proseguito da Maduro, sia come militanti o elettori, sia partecipando direttamente il progetto di un Venezuela più giusto e solidale.

Ciò che era ed è per noi inaccettabile è che in un paese così bello e ricco di risorse e di potenzialità, decine di milioni di persone vivessero da oltre un secolo in una situazione di oggettiva apartheid, al di fuori da ogni opportunità di emancipazione sociale e quindi senza i diritti essenziali che sono quelli di una vita dignitosa, cioè quello delle reali condizioni di vita, di lavoro, di educazione, di servizi sanitari pubblici, di pensioni per tutti.

Questa situazione è durata in Venezuela per oltre 100 anni e bisogna chiedersi perché, soltanto all’inizio di questo secolo, con Hugo Chavez, per la prima volta nella storia di questo paese, questi problemi sono stati affrontati in modo deciso. E come mai, prima, questo non era accaduto. Chi oggi manifesta nelle strade dei quartieri ricchi delle città del nostro paese, gridando ‘libertà!’ dove stava, cosa faceva, di cosa si occupava, prima che Chavez fosse eletto in libere elezioni democratiche?

In questi anni, diverse agenzie dell’Onu e l’Onu stessa, hanno certificato che il Venezuela è stato tra i primi paesi al mondo nella lotta alla povertà, all’analfabetismo, alla mortalità infantile, raggiungendo risultati che non hanno confronti per la loro entità, rapidità e qualità.

Si citano la mancanza di prodotti di primo consumo e di farmaci, ma nessuno dice che è in atto una azione coordinata di accaparramento e di speculazione che ha fatto lievitare i prezzi e fatto crescere in modo esponenziale l’inflazione. Chi ha in mano il settore dell’importazione di questi prodotti? Alcune grandi e medie imprese private per giunta sovvenzionate dallo Stato. La penuria di questi prodotti è in realtà l’effetto dell’inefficienza di questi gruppi privati nel migliore dei casi, o piuttosto dell’uso politico che essi stanno operando, analogamente a quanto avvenne in Cile, nel 1973 per abbattere il governo democratico di Allende.

E’ evidente che l’obiettivo principale di questa specie di rivolta dei ricchi (perché dovete sapere che le rivolte sono situate solo nei quartieri ricchi delle nostre città) sia rimettere in discussione tutte le conquiste sociali raggiunte in questi anni, svendere la nostra impresa petrolifera e le altre imprese nascenti che operano in settori strategici, come il gas, l’oro, il coltan, il torio scoperti recentemente e in grandi quantità nel bacino del cosiddetto arco minero: l’obiettivo di questi settori sociali è tornare al loro mitico passato, un passato feudale in cui una piccola elite godeva di tanti privilegi e comandava sul paese, mentre decine di milioni languivano nell’indigenza.

Noi non abbiamo una ‘verità’ da trasmettervi; abbiamo però tante cose che possiamo raccontare e far conoscere agli italiani in Italia. Che possiamo dire ai vostri giornalisti e ai vostri media. A partire dal fatto che la comunità italiana non è, come oggi si vuol dare ad intendere, schierata con i violenti e con i vandali che distruggono le infrastrutture del paese o con i criminali che hanno progettato e che guidano le cosiddette proteste che non hanno proprio nulla di pacifico.

La comunità italiana in Venezuela è composta di circa 150 mila cittadini di passaporto e oltre 2 milioni di oriundi. Questi cittadini, che grazie alla Costituzione venezuelana approvata sotto il primo governo di Hugo Chavez possono avere o riacquisire la doppia cittadinanza, hanno vissuto e vivono insieme agli altri venezuelani i successi e le difficoltà di questi anni. Gran parte di loro hanno sostenuto e sostengono il processo di modernizzazione e democratizzazione del Venezuela. Molti di loro sono stati e sono sindaci, dirigenti sociali e politici, parlamentari della sinistra, imprenditori aderenti a ‘Clase media en positivo’, ad organizzazioni cristiane come Ecuvives ed hanno sostenuto e sostengono il processo bolivariano. Diversi di loro hanno partecipato alla stesura della Costituzione, che molto ha preso dalla Costituzione italiana. In gran parte hanno sostenuto Hugo Chavez e sostengono Maduro, opponendosi alle manifestazioni violente e vandaliche organizzate dai settori dell’ultra destra venezuelana.

Un’altra parte, limitata, come è limitata l’elite venezuelana, è sulle posizioni dell’opposizione. Grazie a sostegni finanziari esterni svolgono una continua campagna di diffamazione del Venezuela bolivariano in molti paesi, compresa l’Italia.

L’Ambasciata italiana censisce una ventina di associazioni italiane in Venezuela. Si tratta di associazioni costituite sulla base della provenienza regionale dei nostri emigrati (veneti, campani, pugliesi, abruzzesi, siciliane, ecc.) che aggregano circa 7.000 soci e che intrattengono relazioni stabili con l’Italia e le proprie regioni. Solo alcune di queste associazioni, insieme a qualche giornale sovvenzionato con fondi pubblici italiani, hanno svolto in questi anni, in piena libertà, una campagna di informazione contro l’esperienza bolivariana; esse hanno costituito talvolta le uniche ‘fonti di informazione’ privilegiate e accreditate da diversi organi di stampa italiani.

Ma questa non è ‘la comunità italiana’ in Venezuela. Ne è solo una parte limitata, le cui opinioni vengono amplificate da alcuni organi di informazione. Il resto della comunità italiana e il resto del mondo degli oriundi italo-venezuelani si organizza e si mobilità in questo paese nello stesso modo in cui si mobilita e si organizza il resto del paese. Vi è chi è contro e chi è a favore del processo bolivariano.

Da questo punto di vista, non vi è alcun pericolo per la collettività italiana in Venezuela. Come in ogni paese latino americano, e come dovunque, si parteggia e si lotta con visioni politiche e sociali differenti.

Strumentalizzare la presenza italiana in Venezuela è un gioco sbagliato, pericoloso e che non ha alcun fondamento se non l’obiettivo di alimentare lo scontro e la menzogna.”

Caracas, Venezuela, 23 giugno 2017

*. Colectivo de Italovenezolanos Bolivarianos
* V.O.I. – Venezolanos de Origen Italiana;
* CEIC – Colectivo Estudiantes de Origen Italiano
* Circulo   Bolivariano Antonio Gramsci

E-Mail: CBantoniogramsci@hotmail.com

[seguono 83 firme individuali]

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Lanzamiento del libro “Mi sueño era ser pintor” en la Casa de la Cultura en Riobamba.

La Casa de la Cultura Ecuatoriana Núcleo de Chimborazo presentó el martes 30 de mayo la obra “MI SUEÑO ERA SER PINTOR” faceta inédita de Mons. Leonidas Proaño a los 25 años de su Pascua, del escritor Davide Matrone en el teatrino institucional a las 19h00. Participaron en la presentación de esta obra dando su punto de vista, el señor Juan Pérez de Escuelas Radiofónicas Populares del Ecuador, el señor Homero García y la señora Nidia Arrobo de la Fundación de Pueblos indígenas del Ecuador. La nota musical estuvo a cargo de los cantautores Jorge Sánchez Paucar y Paúl Tierra.

Sobre el autor de la obra: Davide Matrone (nacido en Nápoles – Italia 1978). Licenciado en Ciencias Políticas en la Universidad “Orientale” de Nápoles y Master en Comunicación en la Flacso Ecuador. Aficionado a la literatura hispanoamericana y a la historia de América Latina desde su juventud. Radicado en Ecuador desde el año 2008, actualmente es docente de teoría política en la Universidad Politécnica Salesiana de Quito y docente de italiano en la Sociedad Dante Alighieri de Quito. Desde el año 2009 se vincula a la Fundación del Pueblo Indio del Ecuador y gracias a este vínculo pudo acercarse y conocer más sobre el pensamiento y la obra del Monseñor Leonidas Proaño.

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Homero García, Davide Matrone y Guillermo Montoya

Homero García, Davide Matrone y Guillermo Montoya

Nidia Arrobo Rodas - FPIE

Nidia Arrobo Rodas – FPIE

El presidente de la casa de la cultura de Riobamba: Guillermo Montoya

El presidente de la casa de la cultura de Riobamba: Guillermo Montoya

La nota musical estuvo a cargo de los cantautores Jorge Sánchez Paucar y Paúl Tierra.

La nota musical estuvo a cargo de los cantautores Jorge Sánchez Paucar y Paúl Tierra.

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Un italiano nella storia del rock ecuatoriano. Intervista a Federico Rossi

Un italiano  nella storia del rock ecuatoriano

Museo del rock a Quito

Museo del rock a Quito

 

Recentemente ha aperto le sue porte un nuovo locale a Quito, un bar che si chiama 1865. Ambiente accogliente, buona musica, buona birra. Ma questo bar ha una particolarità: le sue pareti sono tapezzate con dischi, poster, locandine, chitarre, magliette, tutti oggetti che sono appartenuti a molti gruppi rock ecuatoriani. Infatti è il nuovo museo del rock ecuatoriano, un bar che rende omaggio alle principali band del rock prodotto in Ecuador.  Gruppi come Cruks en Karnak, Muscaria, Guardarraya, trovano il loro meritato tributo in questo luogo. Tra birra e chiacchiere tra amici scopro con sorpresa che tra tutti questi artisti c’è anche un italiano. Federico Rossi, originario della città di Crema in provincia di Cremona, è il bassista dei Curare, il gruppo che si caratterizza per mescolare il rock con i ritmi tipici della musica andina. Federico vive qui in Ecuador da 20 anni ed ha accettato di incontrarmi e di raccontarmi la sua esperienza nel mondo musicale ecuatoriano.

 

Cosa provi all’essere l’unico italiano nella storia del rock ecuatoriano?

È un onore indubbiamente essere parte di un progetto musicale così importante come lo sono i Curare, lasciare una traccia seppur minima nella storia musicale di un paese è realmente emozionante. E curioso allo stesso tempo, perché i Curare mescolano il rock con i ritmi tipicamente andini, il nostro stile si definisce come Folk-Rock, e il fatto che un italiano sia parte di una delle principali proposte di recupero e difesa della musica folklorica nazionale (dentro il mondo del rock è la più importante) mi fa sentire onorato e profondamente grato.

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Dopo tanti anni in Ecuador, come mantieni vive le tue radici italiane?

Il fatto che io sia così inserito e impegnato con la cultura ecuatoriana non significa che abbia perso le mie origini. Le radici di una persona non muoiono mai. Anche se uno vive tanti anni in un altro paese non perde mai la sua identità culturale. Però ritengo che, come parte della crescita di una persona, è importante guardarsi attorno e adattarsi a un nuovo ambiente, viverlo e rispettarlo. È una forma di rispettare l’essere umano nella sua totalità e allo stesso tempo rispettare ed essere riconoscente con il paese che ti accoglie e che ti regala opportunità che forse nel tuo paese di origine non avresti avuto.

Non sono d’accordo con molti stranieri, compresi molti italiani, che considerano la loro cultura come “superiore”. Non esistono culture superiori ad altre, ma diverse, e una persona intelligente sa e deve accettarle e rispettarle per imparare da esse, senza per forza perdere o rinunciare alla propria.

 

Quali sono le tue influenze musicali?

Principalmente i cantautori italiani ed il rock classico. Rispettivamente le influenze che ho avuto in casa, in famiglia, e fuori con gli amici. A casa mia sono cresciuto ascoltando cantautori italiani come De Gregori, Battisti, Bennato, dopo ho scoperto anche Guccini e De André. Ovviamente appartengo alla generazione che è cresciuta con Vasco Rossi. Per quanto riguarda il rock classico le influenze più forti per me sono sempre stati i  Led Zeppelin e i Pink Floyd, ma anche il punk dei Clash e, come tanti altri giovani degli anni ‘90, il Grunge.

 

Cosa significa il rock per te?

Il rock per me non è un genere musicale, è una forma di vedere la vita e di viverla. Negli anni ‘60 nacque come movimento di contro-cultura, significava andare contro quello che era stabilito dal sistema e cambiare le cose. Con gli anni il concetto si è distorto un po’ ed ora molti lo collegano solamente al metal, ai capelli lunghi e al vestirsi di nero. Non è così. Seguendo solo quei cliché uno cade nella stessa visione sociale conservatrice che, teoricamente, il rock vuole cambiare. Per esempio ci sono persone che criticano i Curare per suonare rock con strumenti andini, e cioè, “non rock”. Quelle persone dimostrano l’ignoranza di chi dice di essere rocker però è più conservatore dei nostri nonni. La mente aperta è un requisito fondamentale per la vita in generale e se uno vuole definirsi rocker, ancora di più.

 

Come è iniziato il tuo cammino nel mondo musicale?

Ho iniziato a suonare la chitarra in Italia, negli anni ‘90. Suonavo in un gruppo della mia città che si chiamava Esodo. Facevamo cover di musica italiana anni ‘70. Poi il nostro bassista se ne andò e arrivò un chitarrista più bravo di me, così mi “proposero” di passare al basso. È un po’ la storia dell’inizio di molti bassisti: quello che suona peggio la chitarra va al basso (risate). È un classico in un gruppo di giovani che vuole formare una band. Il basso mi è piaciuto subito. Poi sono venuto qui in Ecuador e ho avuto la possibilità di studiare musica al conservatorio e con eccellenti insegnanti privati (uno fra tutti Marcelo Aguilar, che è stato il bassista dei Contravía). Il basso in realtà è uno strumento essenziale dentro un gruppo musicale, le sue caratteristiche permettono unire la parte armonico-melodica con la parte delle percussioni, un ruolo fondamentale per il prodotto finale che arriva al pubblico. Forse per le sue frequenze basse risulta poco evidente, però se mancasse allora la canzone non avrebbe corpo. Così che se tra i principianti il basso risulta essere uno strumento di secondo piano, è una grande bugia.

 

Qual è stato il tuo percorso musicale in Ecuador?

Ho vissuto nella città di Cayambe per dici anni e frecuentavo molto la parte nord del paese. La mia prima esperienza musicale qui in Ecuador è stata nella città di Ibarra con un gruppo che si chiamava Magma. Poi a Cayambe un gruppo che si chiamava Moby Dick. Facevamo cover di rock classico. Poi, pur vivendo a Cayambe, ho iniziato a frequentare Quito e ho iniziato a far parte del gruppo Mosquitas Muertas, con Juan Pablo Rosales e David Rosales, quelli che più tardi darebbero vita ai Curare. Infatti si può dire che i Mosquitas Muertas furono l’embrione dei Curare. Ricordo che con i Mosquitas iniziavamo a mescolare il rock con i ritmi andini, avevamo un cover tutto nostro di una canzone degli Inti Illimani, fatta alla nostra maniera. Quelli erano gli anni in cui studiavo musica e ricordo di essere rimasto impressionato dai ritmi latini come la salsa ed il son, come buon europeo. È stato quello il momento in cui ho deciso di seguire il mio istinto musicale e di continuare esplorando i ritmi latini, per me una nuova dimensione, strana e affascinante.

Al principio del nuovo millennio suonavo in un gruppo chiamato More Zu, suonavamo rock con forti influenze latine. Quando sono venuto a vivere qui a Quito mi sono convertito subito in turnista, suonando ogni tipo di repertorio immaginabile, dal rock al piano-bar, dal ballabile al jazz, e ho avuto l’opportunità di far parte delle band di alcuni importanti artisti della scena pop-rock come, fra gli altri, Johanna Carreño, The Covers Duo e Fernando Pacheco.

Un anno fa mi sono unito nuovamente a Juan Pablo e David nei Curare, un vero e proprio privilegio dato che ho trovato una band con una traiettoria di 15 anni, matura e totalmente posizionata nella scena rock del paese.

Attualmente, a parte i Curare, partecipo in altri progetti musicali, come Iluman e Al Vortex. E non poteva mancare la musica italiana: da alcuni anni suono con i Carbonari, un gruppo di musica italiana composto per la maggior parte da musicisti italiani radicati qui a Quito.

Curare

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È stato difficile per te adattarti al mondo musicale ecuatoriano?

Mi considero una persona curiosa e adattabile, lo dimostra il fatto che domino molto bene la lingua spagnola, tanto che molti ecuatoriani a volte non percepiscono il fatto che sia straniero. Credo che se sia facile o difficile adattarsi a un ambiente nuovo o a una nuova cultura dipenda totalmente dall’atteggiamento con cui la si affronta. No, per me non è stato difficile. Inoltre ho trovato tanti buoni amici che hanno reso il cammino molto più facile e divertente.

 

Secondo la tua esperienza, quali sono gli ostacoli che affronta il rock nazionale?

Prima di tutto la mentalità della maggior parte delle persone qui in Ecuador. Mentre in paesi come per esempio l’Argentina il rock è parte della cultura da decenni, qui ci sono ancora persone che credono che il rock sia musica satanica. È impressionante, ancora nel 2017, ascoltare commenti come: “Ma guarda! Non sapevo che anche i rocker fossero persone normali!”. Ho conosciuto persone (e nemmeno anziane) che se ne vengono fuori con espressioni come questa. (Risate).

In secondo luogo il rock nazionale affronta un mundo nel quale l’industria musicale è assente, il mercato è ultra limitato e il denaro che si produce è poco. In queste condizioni sopravvivere è complicato, continuare nelle turné, e ancora di più continuare a incidere e a produrre dischi. È per questo che band come i Curare, che sono attivi da 16 anni nell’ambiente musicale, sono amate e rispettate perché è realmente duro mantenersi.

 

Quali sono i progetti per il futuro dei Curare?

Stiamo incidendo il nostro nuovo disco, il quinto della band. Sarà un disco con elementi nuovi e interessanti. Tutti noi membri abbiamo contribuito alla composizione dei pezzi e contiamo anche con la presenza di figure importanti della musica nazionale, però quella sarà una sorpresa.

 

 

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