Lettera dal Venezuela alle italiane e agli italiani

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Pubblichiamo una importante lettera sottoscritta da diversi connazionali in Venezuela e inviata agli italiani, sulla strumentalizzazione della “presenza italiana” in questo paese – fatta in più occasioni anche da dirigenti politici e di Governo – e sulla (dis)informazione a senso unico che è rilanciata dai maggiori media italiani sul paese sudamericano. (Segue testo integrale)

da cambiailmondo.org

“Care italiane, cari italiani, cari connazionali,

leggendo nei siti on line di gran parte dei quotidiani italiani ed ascoltando i report radiofonici e televisivi emessi dalla Rai e da altre catene, abbiamo purtroppo registrato che rispetto ai fatti venezuelani, vige una informazione a senso unico che rilancia esclusivamente le posizioni e le interpretazioni di una delle parti che si confrontano.

Abbiamo anche letto e ascoltato spesso che l’attenzione prestata alla situazione venezuelana viene giustificata per la presenza in Venezuela di una ‘consistente comunità italiana o di origine italiana’ in sofferenza e che sembrerebbe essere accomunata in modo unanime alle posizioni dell’opposizione.

Noi sottoscrittori di questa lettera, siamo membri di questa comunità. Ma interpretiamo in modo assai diverso l’origine e le cause della grave situazione che attraversa il paese dove viviamo da tanti anni e dove abbiamo costruito la nostra vita e formato le nostre famiglie. Siamo in questo paese perché vi siamo arrivati direttamente o perché siamo figli e nipoti di emigrati italiani che raggiunsero il Venezuela nel dopoguerra per emanciparsi dalla situazione di povertà o di mancanza di opportunità e di lavoro in Italia.

In tanti abbiamo condiviso e accompagnato il progetto di socialismo bolivariano proposto da Chavez e proseguito da Maduro, sia come militanti o elettori, sia partecipando direttamente il progetto di un Venezuela più giusto e solidale.

Ciò che era ed è per noi inaccettabile è che in un paese così bello e ricco di risorse e di potenzialità, decine di milioni di persone vivessero da oltre un secolo in una situazione di oggettiva apartheid, al di fuori da ogni opportunità di emancipazione sociale e quindi senza i diritti essenziali che sono quelli di una vita dignitosa, cioè quello delle reali condizioni di vita, di lavoro, di educazione, di servizi sanitari pubblici, di pensioni per tutti.

Questa situazione è durata in Venezuela per oltre 100 anni e bisogna chiedersi perché, soltanto all’inizio di questo secolo, con Hugo Chavez, per la prima volta nella storia di questo paese, questi problemi sono stati affrontati in modo deciso. E come mai, prima, questo non era accaduto. Chi oggi manifesta nelle strade dei quartieri ricchi delle città del nostro paese, gridando ‘libertà!’ dove stava, cosa faceva, di cosa si occupava, prima che Chavez fosse eletto in libere elezioni democratiche?

In questi anni, diverse agenzie dell’Onu e l’Onu stessa, hanno certificato che il Venezuela è stato tra i primi paesi al mondo nella lotta alla povertà, all’analfabetismo, alla mortalità infantile, raggiungendo risultati che non hanno confronti per la loro entità, rapidità e qualità.

Si citano la mancanza di prodotti di primo consumo e di farmaci, ma nessuno dice che è in atto una azione coordinata di accaparramento e di speculazione che ha fatto lievitare i prezzi e fatto crescere in modo esponenziale l’inflazione. Chi ha in mano il settore dell’importazione di questi prodotti? Alcune grandi e medie imprese private per giunta sovvenzionate dallo Stato. La penuria di questi prodotti è in realtà l’effetto dell’inefficienza di questi gruppi privati nel migliore dei casi, o piuttosto dell’uso politico che essi stanno operando, analogamente a quanto avvenne in Cile, nel 1973 per abbattere il governo democratico di Allende.

E’ evidente che l’obiettivo principale di questa specie di rivolta dei ricchi (perché dovete sapere che le rivolte sono situate solo nei quartieri ricchi delle nostre città) sia rimettere in discussione tutte le conquiste sociali raggiunte in questi anni, svendere la nostra impresa petrolifera e le altre imprese nascenti che operano in settori strategici, come il gas, l’oro, il coltan, il torio scoperti recentemente e in grandi quantità nel bacino del cosiddetto arco minero: l’obiettivo di questi settori sociali è tornare al loro mitico passato, un passato feudale in cui una piccola elite godeva di tanti privilegi e comandava sul paese, mentre decine di milioni languivano nell’indigenza.

Noi non abbiamo una ‘verità’ da trasmettervi; abbiamo però tante cose che possiamo raccontare e far conoscere agli italiani in Italia. Che possiamo dire ai vostri giornalisti e ai vostri media. A partire dal fatto che la comunità italiana non è, come oggi si vuol dare ad intendere, schierata con i violenti e con i vandali che distruggono le infrastrutture del paese o con i criminali che hanno progettato e che guidano le cosiddette proteste che non hanno proprio nulla di pacifico.

La comunità italiana in Venezuela è composta di circa 150 mila cittadini di passaporto e oltre 2 milioni di oriundi. Questi cittadini, che grazie alla Costituzione venezuelana approvata sotto il primo governo di Hugo Chavez possono avere o riacquisire la doppia cittadinanza, hanno vissuto e vivono insieme agli altri venezuelani i successi e le difficoltà di questi anni. Gran parte di loro hanno sostenuto e sostengono il processo di modernizzazione e democratizzazione del Venezuela. Molti di loro sono stati e sono sindaci, dirigenti sociali e politici, parlamentari della sinistra, imprenditori aderenti a ‘Clase media en positivo’, ad organizzazioni cristiane come Ecuvives ed hanno sostenuto e sostengono il processo bolivariano. Diversi di loro hanno partecipato alla stesura della Costituzione, che molto ha preso dalla Costituzione italiana. In gran parte hanno sostenuto Hugo Chavez e sostengono Maduro, opponendosi alle manifestazioni violente e vandaliche organizzate dai settori dell’ultra destra venezuelana.

Un’altra parte, limitata, come è limitata l’elite venezuelana, è sulle posizioni dell’opposizione. Grazie a sostegni finanziari esterni svolgono una continua campagna di diffamazione del Venezuela bolivariano in molti paesi, compresa l’Italia.

L’Ambasciata italiana censisce una ventina di associazioni italiane in Venezuela. Si tratta di associazioni costituite sulla base della provenienza regionale dei nostri emigrati (veneti, campani, pugliesi, abruzzesi, siciliane, ecc.) che aggregano circa 7.000 soci e che intrattengono relazioni stabili con l’Italia e le proprie regioni. Solo alcune di queste associazioni, insieme a qualche giornale sovvenzionato con fondi pubblici italiani, hanno svolto in questi anni, in piena libertà, una campagna di informazione contro l’esperienza bolivariana; esse hanno costituito talvolta le uniche ‘fonti di informazione’ privilegiate e accreditate da diversi organi di stampa italiani.

Ma questa non è ‘la comunità italiana’ in Venezuela. Ne è solo una parte limitata, le cui opinioni vengono amplificate da alcuni organi di informazione. Il resto della comunità italiana e il resto del mondo degli oriundi italo-venezuelani si organizza e si mobilità in questo paese nello stesso modo in cui si mobilita e si organizza il resto del paese. Vi è chi è contro e chi è a favore del processo bolivariano.

Da questo punto di vista, non vi è alcun pericolo per la collettività italiana in Venezuela. Come in ogni paese latino americano, e come dovunque, si parteggia e si lotta con visioni politiche e sociali differenti.

Strumentalizzare la presenza italiana in Venezuela è un gioco sbagliato, pericoloso e che non ha alcun fondamento se non l’obiettivo di alimentare lo scontro e la menzogna.”

Caracas, Venezuela, 23 giugno 2017

*. Colectivo de Italovenezolanos Bolivarianos
* V.O.I. – Venezolanos de Origen Italiana;
* CEIC – Colectivo Estudiantes de Origen Italiano
* Circulo   Bolivariano Antonio Gramsci

E-Mail: CBantoniogramsci@hotmail.com

[seguono 83 firme individuali]

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Lanzamiento del libro “Mi sueño era ser pintor” en la Casa de la Cultura en Riobamba.

La Casa de la Cultura Ecuatoriana Núcleo de Chimborazo presentó el martes 30 de mayo la obra “MI SUEÑO ERA SER PINTOR” faceta inédita de Mons. Leonidas Proaño a los 25 años de su Pascua, del escritor Davide Matrone en el teatrino institucional a las 19h00. Participaron en la presentación de esta obra dando su punto de vista, el señor Juan Pérez de Escuelas Radiofónicas Populares del Ecuador, el señor Homero García y la señora Nidia Arrobo de la Fundación de Pueblos indígenas del Ecuador. La nota musical estuvo a cargo de los cantautores Jorge Sánchez Paucar y Paúl Tierra.

Sobre el autor de la obra: Davide Matrone (nacido en Nápoles – Italia 1978). Licenciado en Ciencias Políticas en la Universidad “Orientale” de Nápoles y Master en Comunicación en la Flacso Ecuador. Aficionado a la literatura hispanoamericana y a la historia de América Latina desde su juventud. Radicado en Ecuador desde el año 2008, actualmente es docente de teoría política en la Universidad Politécnica Salesiana de Quito y docente de italiano en la Sociedad Dante Alighieri de Quito. Desde el año 2009 se vincula a la Fundación del Pueblo Indio del Ecuador y gracias a este vínculo pudo acercarse y conocer más sobre el pensamiento y la obra del Monseñor Leonidas Proaño.

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Homero García, Davide Matrone y Guillermo Montoya

Homero García, Davide Matrone y Guillermo Montoya

Nidia Arrobo Rodas - FPIE

Nidia Arrobo Rodas – FPIE

El presidente de la casa de la cultura de Riobamba: Guillermo Montoya

El presidente de la casa de la cultura de Riobamba: Guillermo Montoya

La nota musical estuvo a cargo de los cantautores Jorge Sánchez Paucar y Paúl Tierra.

La nota musical estuvo a cargo de los cantautores Jorge Sánchez Paucar y Paúl Tierra.

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Un italiano nella storia del rock ecuatoriano. Intervista a Federico Rossi

Un italiano  nella storia del rock ecuatoriano

Museo del rock a Quito

Museo del rock a Quito

 

Recentemente ha aperto le sue porte un nuovo locale a Quito, un bar che si chiama 1865. Ambiente accogliente, buona musica, buona birra. Ma questo bar ha una particolarità: le sue pareti sono tapezzate con dischi, poster, locandine, chitarre, magliette, tutti oggetti che sono appartenuti a molti gruppi rock ecuatoriani. Infatti è il nuovo museo del rock ecuatoriano, un bar che rende omaggio alle principali band del rock prodotto in Ecuador.  Gruppi come Cruks en Karnak, Muscaria, Guardarraya, trovano il loro meritato tributo in questo luogo. Tra birra e chiacchiere tra amici scopro con sorpresa che tra tutti questi artisti c’è anche un italiano. Federico Rossi, originario della città di Crema in provincia di Cremona, è il bassista dei Curare, il gruppo che si caratterizza per mescolare il rock con i ritmi tipici della musica andina. Federico vive qui in Ecuador da 20 anni ed ha accettato di incontrarmi e di raccontarmi la sua esperienza nel mondo musicale ecuatoriano.

 

Cosa provi all’essere l’unico italiano nella storia del rock ecuatoriano?

È un onore indubbiamente essere parte di un progetto musicale così importante come lo sono i Curare, lasciare una traccia seppur minima nella storia musicale di un paese è realmente emozionante. E curioso allo stesso tempo, perché i Curare mescolano il rock con i ritmi tipicamente andini, il nostro stile si definisce come Folk-Rock, e il fatto che un italiano sia parte di una delle principali proposte di recupero e difesa della musica folklorica nazionale (dentro il mondo del rock è la più importante) mi fa sentire onorato e profondamente grato.

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Dopo tanti anni in Ecuador, come mantieni vive le tue radici italiane?

Il fatto che io sia così inserito e impegnato con la cultura ecuatoriana non significa che abbia perso le mie origini. Le radici di una persona non muoiono mai. Anche se uno vive tanti anni in un altro paese non perde mai la sua identità culturale. Però ritengo che, come parte della crescita di una persona, è importante guardarsi attorno e adattarsi a un nuovo ambiente, viverlo e rispettarlo. È una forma di rispettare l’essere umano nella sua totalità e allo stesso tempo rispettare ed essere riconoscente con il paese che ti accoglie e che ti regala opportunità che forse nel tuo paese di origine non avresti avuto.

Non sono d’accordo con molti stranieri, compresi molti italiani, che considerano la loro cultura come “superiore”. Non esistono culture superiori ad altre, ma diverse, e una persona intelligente sa e deve accettarle e rispettarle per imparare da esse, senza per forza perdere o rinunciare alla propria.

 

Quali sono le tue influenze musicali?

Principalmente i cantautori italiani ed il rock classico. Rispettivamente le influenze che ho avuto in casa, in famiglia, e fuori con gli amici. A casa mia sono cresciuto ascoltando cantautori italiani come De Gregori, Battisti, Bennato, dopo ho scoperto anche Guccini e De André. Ovviamente appartengo alla generazione che è cresciuta con Vasco Rossi. Per quanto riguarda il rock classico le influenze più forti per me sono sempre stati i  Led Zeppelin e i Pink Floyd, ma anche il punk dei Clash e, come tanti altri giovani degli anni ‘90, il Grunge.

 

Cosa significa il rock per te?

Il rock per me non è un genere musicale, è una forma di vedere la vita e di viverla. Negli anni ‘60 nacque come movimento di contro-cultura, significava andare contro quello che era stabilito dal sistema e cambiare le cose. Con gli anni il concetto si è distorto un po’ ed ora molti lo collegano solamente al metal, ai capelli lunghi e al vestirsi di nero. Non è così. Seguendo solo quei cliché uno cade nella stessa visione sociale conservatrice che, teoricamente, il rock vuole cambiare. Per esempio ci sono persone che criticano i Curare per suonare rock con strumenti andini, e cioè, “non rock”. Quelle persone dimostrano l’ignoranza di chi dice di essere rocker però è più conservatore dei nostri nonni. La mente aperta è un requisito fondamentale per la vita in generale e se uno vuole definirsi rocker, ancora di più.

 

Come è iniziato il tuo cammino nel mondo musicale?

Ho iniziato a suonare la chitarra in Italia, negli anni ‘90. Suonavo in un gruppo della mia città che si chiamava Esodo. Facevamo cover di musica italiana anni ‘70. Poi il nostro bassista se ne andò e arrivò un chitarrista più bravo di me, così mi “proposero” di passare al basso. È un po’ la storia dell’inizio di molti bassisti: quello che suona peggio la chitarra va al basso (risate). È un classico in un gruppo di giovani che vuole formare una band. Il basso mi è piaciuto subito. Poi sono venuto qui in Ecuador e ho avuto la possibilità di studiare musica al conservatorio e con eccellenti insegnanti privati (uno fra tutti Marcelo Aguilar, che è stato il bassista dei Contravía). Il basso in realtà è uno strumento essenziale dentro un gruppo musicale, le sue caratteristiche permettono unire la parte armonico-melodica con la parte delle percussioni, un ruolo fondamentale per il prodotto finale che arriva al pubblico. Forse per le sue frequenze basse risulta poco evidente, però se mancasse allora la canzone non avrebbe corpo. Così che se tra i principianti il basso risulta essere uno strumento di secondo piano, è una grande bugia.

 

Qual è stato il tuo percorso musicale in Ecuador?

Ho vissuto nella città di Cayambe per dici anni e frecuentavo molto la parte nord del paese. La mia prima esperienza musicale qui in Ecuador è stata nella città di Ibarra con un gruppo che si chiamava Magma. Poi a Cayambe un gruppo che si chiamava Moby Dick. Facevamo cover di rock classico. Poi, pur vivendo a Cayambe, ho iniziato a frequentare Quito e ho iniziato a far parte del gruppo Mosquitas Muertas, con Juan Pablo Rosales e David Rosales, quelli che più tardi darebbero vita ai Curare. Infatti si può dire che i Mosquitas Muertas furono l’embrione dei Curare. Ricordo che con i Mosquitas iniziavamo a mescolare il rock con i ritmi andini, avevamo un cover tutto nostro di una canzone degli Inti Illimani, fatta alla nostra maniera. Quelli erano gli anni in cui studiavo musica e ricordo di essere rimasto impressionato dai ritmi latini come la salsa ed il son, come buon europeo. È stato quello il momento in cui ho deciso di seguire il mio istinto musicale e di continuare esplorando i ritmi latini, per me una nuova dimensione, strana e affascinante.

Al principio del nuovo millennio suonavo in un gruppo chiamato More Zu, suonavamo rock con forti influenze latine. Quando sono venuto a vivere qui a Quito mi sono convertito subito in turnista, suonando ogni tipo di repertorio immaginabile, dal rock al piano-bar, dal ballabile al jazz, e ho avuto l’opportunità di far parte delle band di alcuni importanti artisti della scena pop-rock come, fra gli altri, Johanna Carreño, The Covers Duo e Fernando Pacheco.

Un anno fa mi sono unito nuovamente a Juan Pablo e David nei Curare, un vero e proprio privilegio dato che ho trovato una band con una traiettoria di 15 anni, matura e totalmente posizionata nella scena rock del paese.

Attualmente, a parte i Curare, partecipo in altri progetti musicali, come Iluman e Al Vortex. E non poteva mancare la musica italiana: da alcuni anni suono con i Carbonari, un gruppo di musica italiana composto per la maggior parte da musicisti italiani radicati qui a Quito.

Curare

Curare

È stato difficile per te adattarti al mondo musicale ecuatoriano?

Mi considero una persona curiosa e adattabile, lo dimostra il fatto che domino molto bene la lingua spagnola, tanto che molti ecuatoriani a volte non percepiscono il fatto che sia straniero. Credo che se sia facile o difficile adattarsi a un ambiente nuovo o a una nuova cultura dipenda totalmente dall’atteggiamento con cui la si affronta. No, per me non è stato difficile. Inoltre ho trovato tanti buoni amici che hanno reso il cammino molto più facile e divertente.

 

Secondo la tua esperienza, quali sono gli ostacoli che affronta il rock nazionale?

Prima di tutto la mentalità della maggior parte delle persone qui in Ecuador. Mentre in paesi come per esempio l’Argentina il rock è parte della cultura da decenni, qui ci sono ancora persone che credono che il rock sia musica satanica. È impressionante, ancora nel 2017, ascoltare commenti come: “Ma guarda! Non sapevo che anche i rocker fossero persone normali!”. Ho conosciuto persone (e nemmeno anziane) che se ne vengono fuori con espressioni come questa. (Risate).

In secondo luogo il rock nazionale affronta un mundo nel quale l’industria musicale è assente, il mercato è ultra limitato e il denaro che si produce è poco. In queste condizioni sopravvivere è complicato, continuare nelle turné, e ancora di più continuare a incidere e a produrre dischi. È per questo che band come i Curare, che sono attivi da 16 anni nell’ambiente musicale, sono amate e rispettate perché è realmente duro mantenersi.

 

Quali sono i progetti per il futuro dei Curare?

Stiamo incidendo il nostro nuovo disco, il quinto della band. Sarà un disco con elementi nuovi e interessanti. Tutti noi membri abbiamo contribuito alla composizione dei pezzi e contiamo anche con la presenza di figure importanti della musica nazionale, però quella sarà una sorpresa.

 

 

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Freire y las articulaciones con la colonialidad / descolonialidad.

 

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La Universidad Politécnica Salesiana; las carreras de Pedagogía y Educación Intercultural Bilingüe, y el Grupo de Investigación de Educación e Interculturalidad invitan a participar en el conversatorio “Freire y las articulaciones con la colonialidad /descolonialidad”. El evento contará con la intervención de la académica Dra. Valéria Vasconcelos, Docente del Programa de Maestría en Educación, UNISAL.
El conversatorio tiene el objetivo de reflexionar sobre la pedagogía de Paulo Freire, su potencial descolonizador y los aportes en la educación latinoamericana. Freire (1921-1997) es considerado uno de los más importantes pedagogos del siglo XX. Entre sus teorías tiene como principio el diálogo y con ello una alternativa para la relación profesor y estudiante. Su influencia lo configuró como el pedagogo de los oprimidos, un trabajo que consistió en la brindar una pedagogía de la esperanza y con ello influir en las ideas liberadoras en América Latina, en la teología de la liberación y en la educación.
El evento académico se realizará el martes, 20 de junio de 2017 a las 10h30, Auditorio Monseñor Cándido Rada, Av. Isabel La Católica N.23-52 y Madrid.


http://www.ups.edu.ec/evento?calendarBookingId=9432203


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Un italiano en la historia del rock ecuatoriano. Entrevista a Federico Rossi.

Un italiano  en la historia del rock ecuatoriano

Entrevista realizada por Davide Matrone

el bajista Federico Rossi

el bajista Federico Rossi

 

Recientemente ha abierto sus puertas un nuevo local en Quito, un bar que se llama 1865. Ambiente acogedor, buena música, rica cerveza. Pero este bar tiene una particularidad: sus paredes están forradas con discos, posters, afiches, guitarras, camisetas, todos objetos que han pertenecido a muchas bandas de rock ecuatorianas. De hecho es el nuevo museo del rock ecuatoriano, un bar que rinde homenaje a las principales bandas del rock hecho en Ecuador.  Bandas como Cruks en Karnak, Muscaria, Guardarraya, encuentran su merecido tributo en este sitio. Entre cervezas y charlas entre amigos descubro con sorpresa que entre todos estos artistas hay un italiano. Federico Rossi, originario de la ciudad de Crema en la provincia de Cremona, es el bajista de Curare, la banda que se caracteriza por fusionar el rock con ritmos típicos de la música andina. Federico vive aquí en Ecuador desde hace 20 años y ha aceptado encontrarme y contarme su experiencia en el mundo musical ecuatoriano.

¿Cómo te sientes al ser el único italiano en la historia del rock ecuatoriano?

Es un honor sin duda ser parte de un proyecto musical tan importante como lo es Curare, dejar una huella aunque mínima en la historia musical de un país es realmente emocionante. Curioso al mismo tiempo, porque Curare fusiona el rock con ritmos típicamente andinos, se cataloga como Folk-Rock, y que un italiano integre una de las principales propuestas de rescate y defensa de la música folklórica nacional (dentro del mundo del rock es la más importante) es algo por lo cual me siento honrado y profundamente agradecido.

 

Después de tantos años en Ecuador, ¿cómo mantienes vivas tus raíces italianas?

El hecho de que yo luzca tan integrado y comprometido con la cultura ecuatoriana no significa que haya perdido mis orígenes. Tus raíces nunca mueren. Por más que uno viva tantos años en otro país no pierde su identidad cultural. Pero considero que, como parte del crecimiento de una persona, es importante mirarse alrededor y adaptarse a un nuevo ambiente, vivirlo y respetarlo. Es una forma de respetar el ser humano en su totalidad y al mismo tiempo respetar y agradecer el país que te acoge y te regala oportunidades que tal vez en tu país de nacimiento no habrías tenido.

No concuerdo con muchos extranjeros, incluso muchos italianos, que consideran su cultura como “superior”. No existen culturas superiores a otras, sino diferentes, y una persona inteligente sabe y debe aceptarlas y respetarlas para aprender de ellas, sin necesariamente perder o renunciar a la propia.

 

¿Cuáles son tus influencias musicales?

Básicamente los cantautores italianos y el rock clásico. Las vertientes que cada uno tiene, tanto en casa, en familia, y afuera con los amigos. En mi casa he crecido escuchando cantautores italianos como De Gregori, Battisti, Bennato, luego he descubierto Guccini y De André. Obviamente pertenezco a la generación que ha crecido con Vasco Rossi. En cuanto al rock clásico las influencias más fuertes para mí siempre fueron Led Zeppelin y Pink Floyd, pero también el punk de The Clash y, como buen noventero, el Grunge.

 

¿Qué es el rock para ti?

El rock para mí no es un género musical, es una forma de ver y vivir la vida. En los ’60 nació como movimiento de contra-cultura, significaba ir en contra de lo establecido por el sistema y cambiar las cosas. Con los años el concepto se ha distorsionado un poco y ahora muchos lo relacionan solamente con el metal, con el pelo largo y vestirse de negro. No es así. Apegándose a esos clichés uno cae en la misma visión social conservadora que, supuestamente, el rock quiere cambiar. Por ejemplo hay personas que critican Curare por tocar rock con instrumentos andinos, es decir, “no rockeros”. Esas personas demuestran la ignorancia de quien dice ser rockero pero es más conservador que nuestros abuelos. La mente abierta es un requisito fundamental para la vida en general y si uno quiere definirse rockero, aún más.

 

¿Cómo empezó tu camino en el mundo musical?

Empecé a tocar la guitarra en Italia, en los años 90. Tocaba en un grupo de mi ciudad que se llamaba Esodo. Hacíamos covers de música italiana de protesta. Luego nuestro bajista se fue y llegó un guitarrista más hábil que yo, así que me “propusieron” pasarme al bajo. Es un poco la historia del comienzo de muchos bajistas: el que peor toca la guitarra se va al bajo (risas). Es un clásico entre un grupo de jóvenes que quiere formar una banda. El bajo me gustó enseguida. Luego vine aquí al Ecuador y tuve la posibilidad de estudiar música en conservatorios privados y con excelentes profesores particulares (uno entre todos Marcelo Aguilar, quien fue bajista de Contravía). El bajo en realidad es un instrumento esencial dentro de un conjunto musical, sus características permiten enlazar la parte armónico-melódica con la parte de las percusiones, un rol fundamental para el producto final que llega al público. Tal vez por sus frecuencias bajas resulta poco evidente, pero si faltara entonces la canción no tendría cuerpo. Así que si entre los principiantes el bajo resulta ser un instrumento de segundo plano, esa es una gran mentira.

 

¿Cuál fue tu recorrido musical en Ecuador?

Viví en la ciudad de Cayambe por diez años y frecuentaba mucho la parte norte del país. Mi primera experiencia musical aquí en Ecuador fue en la ciudad de Ibarra con un grupo que se llamaba Magma. Luego en Cayambe un grupo que se llamaba Moby Dick. Hacíamos covers de rock clásico. Después, aun viviendo en Cayambe, empecé a frecuentar Quito y entré a la agrupación Mosquitas Muertas, con Juan Pablo Rosales y David Rosales, los que luego darían vida a Curare. De hecho se puede decir que las Mosquitas Muertas fueron el embrión de Curare. Recuerdo que con las Mosquitas empezamos a fusionar el rock con ritmos andinos, teníamos un cover de una canción de Inti Illimani, hecha a nuestra manera. Esos eran los años en los que estudiaba música y recuerdo que quedé impresionado por los ritmos latinos como la salsa y el son. Claro, como buen europeo. Ahí fue cuando decidí seguir mis instintos musicales y continuar explorando los ritmos latinos, para mí una nueva dimensión, extraña y fascinante.

A principio del nuevo milenio tocaba en un grupo llamado More Zu, tocábamos rock con fuertes influencias latinas. Cuando vine a vivir aquí en Quito me convertí enseguida en músico de bares, tocando todo tipo de repertorio, desde lo bailable al jazz, y tuve la oportunidad de integrar las bandas de algunos importantes artistas de la escena pop-rock como, entre otros, Johanna Carreño, The Covers Duo y Fernando Pacheco.

Hace un año volví a juntarme con Juan Pablo y David en Curare, un verdadero privilegio ya que encontré una banda con una trayectoria de 15 años, madura y totalmente posicionada en la escena rock del país.

Actualmente, a parte de Curare, participo en otros proyectos musicales, como Iluman y Al Vortex. Y no podía faltar la música italiana: desde hace algunos años toco con los Carbonari, un grupo de música italiana compuesto en su mayoría por músicos italianos radicados aquí en Quito.

 

¿Fue difícil para ti adaptarte al mundo musical ecuatoriano?

Me considero una persona curiosa y adaptable, lo demuestra el hecho de que domino bastante bien el idioma español, tanto que muchos ecuatorianos a veces no captan el hecho de que sea extranjero. Creo que lo fácil o lo difícil en adaptarse a un ambiente nuevo o a una nueva cultura dependa totalmente de la actitud con la que se la enfrenta. No, para mí no fue difícil. Además encontré muy buenos amigos que hicieron el camino mucho más fácil y divertido.

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Según tu experiencia, ¿cuáles son los obstáculos con los que se enfrenta el rock nacional?

En primer lugar la mentalidad de la mayoría de personas aquí en Ecuador. Mientras en países como por ejemplo Argentina el rock es parte de la cultura desde hace décadas, aquí todavía hay personas que creen que el rock sea música satánica. Es impactante, todavía en el 2017, escuchar comentarios del tipo: “¡yo no sabía que los rockeros fueran personas normales!”. He conocido personas (y no tan ancianas) que salen con estas expresiones. (Risas).

En segundo lugar el rock nacional se enfrenta a un mundo en el cual la industria musical es ausente, el mercado es ultra limitado y el dinero que se genera es poco. En estas condiciones sobrevivir es complicado, seguir rodando, y peor seguir grabando y produciendo discos. Es por eso que bandas como Curare, que van por los 16 años de camino musical, son queridas y respetadas porque es realmente duro mantenerse.

 

¿Cuáles son los planes para el futuro de Curare?

Estamos grabando nuestro nuevo disco, el quinto de la banda. Será un disco con elementos nuevos e interesantes. Todos los integrantes hemos aportado en la composición de los temas y contamos también con la presencia de figuras importantes de la música nacional, pero esa será una sorpresa.

Curare

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De la isla Española

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De la isla Española…..

En la isla Española, que fue la primera donde entraron cristianos y comenzaron los grandes estragos y perdiciones de estas gentes y que primero destruyeron y despoblaron, comenzando los cristianos a tomar las mujeres e hijos a los indios para servirse y para usar mal de ellos, y comerles sus comidas que de su sudores y trabajos salían; no contentándose con lo que los indios les daban de su grado, conforme a la faculta que cada uno tenía, que siempre es poca, porque no suelen tener más de lo que ordinariamente han menester y hacen con poco trabajo, y lo que basta para tres casas de a diez personas cada una, para un mes, come un cristiano y destruye en un día, y otras muchas fuerzas y violencias y vejaciones que les hacían, comenzaron a entender los indios que aquellos hombres no debían de haber venido del cielo.

Y algunos escondían sus comidas, otros sus mujeres e hijos, otros huíanse a los montes por apartarse de gente de tan dura y terrible conversación. Los cristianos dábanles de bofetadas y puñadas y de palos, hasta poner las manos en los señores de los pueblos. Y llegó esto a tanta temeridad y desvergüenza, que al mayor rey señor de toda la isla, un capitán cristiano le violó por fuerza a su propia mujer.

De aquí comenzaron los indios a buscar maneras para echar los cristianos de sus tierras…..

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en: Fray Bartolome de la casas –

Brevísima relación de la destrucción de las Indias.

pág. 17

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Per saperne di piu’: Elezioni in Ecuador.

Si e’ concluso il riconteggio di oltre 1 milione e 250 mila schede elettorali al Palazzetto dello sport “Rumiñawi” di Quito. Con questo atto si mette fine al processo elettorale per l’elezione del Presidente della Repubblica dell’Ecuador per il periodo 2017 – 2022. I risultati ufficiali e definitivi sono:

Lenin Moreno (Presidente della Repubblica dell’Ecuador 2017 – 2022)  51,16% (+0,1% rispetto ai voti del 2 aprile), Guillermo Lasso il 48,84% (-0,1%).[1]

Perché ricontare nuovamente i voti?

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Dobbiamo fare qualche passo indietro e fornire alcuni dati.

Il 2 aprile scorso alle ore 17.00, al termine delle elezioni, vengono annunciati – in particolare nei canali privati – clamorosamente risultati di exit – poll senza attendere con pazienza il conteggio delle schede elettorali nel CNE. Sui canali ECUAVISA e CANAL UNO vengono proiettati gli exit – poll di CEDATOS, (Istituto di sondaggi vicino all’opposizione) che danno 6 punti di vantaggio al candidato della destra (Lasso 53.2% e Moreno 47.8%), mentre si omettono gli exit – poll dell’altro Istituto di sondaggi PERFILES DE OPINIÓN (Istituto vicino al governo) che danno quasi 5 punti e mezzo di vantaggio al candidato dell’ufficialismo (Moreno 52,8% e Lasso 47,2%). Dall’altra parte, sul canale statale ECUADOR TV e in attesa dei dati ufficiali del CNE, vengono proiettati i risultati di altri Istituti di sondaggi che danno dati differenti ma con la vittoria di Lenin Moreno (seppur con margini ridotti). Sembra chiaro che bisogna creare, sin dall’inizio confusione, caos e incerteza. Chi si ocupa di creare questa cortina di fumo sono alcuni mezzi di comunicazione privati e alcuni politici dell’opposizione. Si vuole creare il dubbio che le elezioni siano truccate e si vuole delegittimare il CNE. Addirittura, su ECUAVISA, il candidato Lasso alle ore 17.00 e’ in diretta televisiva e riceve perfino i complimenti del giornalista Pinargote che lo riceve con “Felicitaciones!”[2]. Gli auguri si danno sulla base dei risultati di un exit – poll.

Intanto, su ECUADOR TV (canale pubblico) si segue la diretta dello scrutinio con piu’ responsabilita’ e senza clamori e sensazionalismi; anche se non manca la fretta di proclamare vincitore il candidato del governo, Lenin Moreno. La polarizzazione della política è molto comune qui in America Latina.

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La festa per Lasso e company dura poco perché nel frattempo comincia lo scrutinio ufficiale e il CNE, dal suo portale, emette i dati ufficiali che giungono dalle sezioni elettorali del paese. Non appena cominciano a diffondersi, in modo ufficiale, i dati del CNE – che danno Moreno in leggero vantaggio (Lasso non e’ mai stato in vantaggio durante tutto il processo di scrutinio del CNE) – comincia la farsa e lo show dell’opposizione del FRAUDE ELECTORAL (Broglio elettorale).

Il candidato Lasso non riconosce (e non riconoscera’ fino al giorno di oggi 19 aprile) [3]i voti ufficiali del CNE. Il candidato alla VICE – PRESIDENZA Paéz invita la folla ad andare fuori alla sede del CNE di Quito e vigilare per la democrazia. Negli stessi momenti il signor Cesar Monge, Direttore Nazionale del partito CREO (del candidato Lasso), mostra documenti ufficiali di una sezione elettorale della regione del Tungurahua dichiarando che i voti pubblicati sulla pagina del CNE non corrispondono al vero. Dichiara, inoltre, di essere in possesso di altre schede di questo genere rinforzando la tesi del “FRAUDE”. Intanto dalla sala si alzano sempre più frequenti e forti le grida al suono di “FRAUDE, FRAUDE”, “VAMOS A LA CALLE”. (Tutto e’ stato trasmesso in vivo su ECUAVISA)

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Le ore passano e dalla sede del CNE si confermano i dati della vittoria del candidato del governo. Da questo momento in poi si inzia la forzatura nelle piazze. Il solito giochino utile a creare caos, panico, destabilizzare l’ordine in senso provocatorio e rigettare (con l’aiuto dei mezzi di comunicazioni privati) la colpa sull’avversario, il governo in questo caso. Cosi, si registrano una serie di tensioni e scontri con le forze dell’ordine in alcune citta’ del paese. In alcune parti della citta’ di Quito e Guayaquil (le due principali realta’ urbane del paese) cominciano a scendere in piazza persone che protestano e sostengono la tesi del fraude (senza prove). Si occupano i perimetri dei CNE di alcune città come: Quito, Riobamba, Guayaquil e Cuenca.

Nella capitale, dalla notte del 2 aprile fino al giorno 11, si registreranno disagi per la popolazione cittadina per l’occupazione delle strade adiacenti al CNE (la sede si ubica nel viale 6 dicembre che e’ una delle arterie pricipali della metropoli che collega il nord e il sud della citta’).

Sotto lo slogan “Patria o Tumba” [4](del candidato alla Vice – Presidenza Páez) e di “Fraude, fraude”[5] i sostenitori del partito CREO per 8 giorni porranno in ginocchio la circolazione di una buona parte della citta’. Nel frattempo, il sindaco di Quito, Mauricio Rodas, (alleato, con la lista SUMA, del candidato della destra Lasso) non interviene rispetto a quanto accade in citta’[6]. Si bruciano gomme, si bloccano altre arterie della città, si occupano spazi pubblici cercando di creare consenso. Il risultato fallisce. Il popolo ecuadoriano non appoggia massivamente i protestanti e al passar dei giorni accetta il risultato elettorale ufficiale

Negli 8 giorni di protesta la politica entra in fermento e la destra, con i suoi protagonisti, sarà al centro dell’attenzione mediatica. Nel frattempo Moreno e compagnia si godono la vittoria.

Gli attori dell’opposizione cominciano a posizionarsi nell’arena politica inviando(si) messaggi e dichiarazioni ben precisi che hanno un forte capitale simbolico. Il duo perdente Lasso – Páez, riceve critiche (alcune costruttive, altre no) dai rappresentanti della destra che intervengono nello show del probabile fraude[7] che si sta montando politicamente e mediaticamente. Gli interventi sono dettati dal fatto che i giorni passano e le prove del broglio non ci sono ancora, non vengono presentati nelle sedi opportune, cadendo nel ridicolo e perdendo di credibilita’ agli occhi di un popolo che è diviso elettoralmente e ha chiesto, nelle urne, un CAMBIO (slogan del candidato Lasso).

Interviene il sindaco di Guayaquil Nebot, lider politico navigato della destra del paese (al secondo turno ha fatto confluire un cospicuo bottino di voti al candidato della destra) che pubblicamente critica la gestione di Lasso e Paéz in quanto all’accusa non si è ancora dimostrato quanto dichiarato. “Chi accusa, deve provare. Qui hanno attuato con mancanza di intelligenza per due motivi: il primo per non aver presentato immediatamente le prove dell’accusa di brogli elettorali e poi perché le proteste le hanno impulsate nelle realta’ in cui hanno vinto e non perso”. [8] Nebot, in piu’ momenti, manifesta forti critiche verso Paéz (quest’ultimo e’ colui che ha piu’ responsabilita’ in questa fase) perché ha attuato senza intelligenza, lucidita’ e lungimiranza. Al passar dei giorni l’insofferenza aumenta e si evince nella dichiarazione “Bisogna perdere con dignitá”.[9] Nelle dichiarazioni di Nebot si legge la competenza del politico navigato che sa come e quando parlare. La politica, come tutte le scienze, ha bisogno di due ingredienti importanti: la teoria (discorso) e il contesto (i tempi). Nel sindaco di Guayaquil si legge – tra le righe – la delusione di aver dato al binomio Lasso – Páez un cospicuo bottino di voti che non son serviti a nulla (per il momento).

Un altro esponente della destra, (popolare e sociale) Dalo Bucarám, si scaglia duramente contro Lasso – Páez e nelle dichiarazioni pubbliche trapela la forte critica all’operato dei due e allo spettacolo indecoroso che stanno costruendo da giorni senza uno straccio di prove[10].

Infine, c’é il sindaco di Quito, Mauricio Rodas, che non prende posizioni forti. Agli occhi di tutti sembra che la situazione gli sia sfuggita di mano. Cosí facendo aumenta il malcontento (giá diffuso) in città per la sua (non) gestione.

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Si giunge al giorno 12 aprile quando il candidato Lasso, e il suo movimiento, presenta la domanda di riconteggio di oltre 4000 schede e chide che si ricontino tutte le schede nuevamente[11]. La svolta avviene il giorno dopo quando Nebot, il sindaco dell’opposizione di Guayaquil, propone che si ricontrollino nuovamente le schede contestate e che lo si faccia pubblicamente in presenza di tutti i delegati. Alla proposta di Nebot, c’è quella del Presidente della Repubblica che rincara la dose e scrive nel suo twitter quanto segue:”sono d’accordo e appoggiamo TOTALMENTE questa proposta e chiediamo al CNE che, malgrado non sia stabilito dalla legge, lo accetti. Appoggiamo questa proposta sulla base di tre richieste: a) che si ricontrollino le schede anche del primo turno, quando hanno parlato ugualmente di brogli, b) che tutti accettiamo il risultato, c) che, una volta ratificati i risultati, CREO, i suoi mezzi di comunicazione e tutti coloro che hanno armato lo show del broglio elettorale, chiedano scusa agli ecuadoregni e al mondo intero[12].

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https://twitter.com/mashirafael?lang=es

Il giorno 18 aprile nel Palazzetto dello Sport “Rumiñawi” della città di Quito, in presenza di delegati del partito Alianza País (i delegati del movimiento CREO non si presentano), in presenza di osservatori internazionali, di forze dell’ordine, dell’esercito, del pubblico, della stampa nazionale e internazionale, si svolge nuevamente lo scrutino. In nottata verrano, a reti unificate[13], pronunciati i voti ufficiali.

Lenin Moreno 51,16%, Lasso 48.84%.

[1] https://resultados2017.cne.gob.ec/frmResultados.aspx

[2] https://www.youtube.com/watch?v=dG9TV2kiXj4&t=145s

[3] http://www.elcomercio.com/actualidad/elecciones-discurso-guillermolasso-recuento-cne.html

[4] https://www.youtube.com/watch?v=-Bra6jCQq0s

[5] http://www.ecuavisa.com/articulo/noticias/nacional/258261-fraude-nacional-gritan-simpatizantes-creo-afuera-del-cne-quito

[6] https://www.youtube.com/watch?v=GVbZXL8T68I

[7] Fino al giorno 12 aprile Lasso non ha ancora presentato le prove delle sue accusazioni di brogli elettorali. Dal giorno 2 aprile (giorno delle elezioni) fino al 12 si è accusato senza prove. http://www.elcomercio.com/actualidad/guillermolasso-presentacion-impugnacion-resultados-elecciones.html

Si è incitato il popolo a scendere in Piazza senza prove. Si è creato un disagio alla cittadinanza per dieci giorni in alcune città del paese, senza prove. Il turismo nella città di Quito ha registrato dei danni economici per le manifestazioni di Piazza, senza prove. http://www.eltelegrafo.com.ec/noticias/politiko-2017/49/ministro-de-turismo-exige-al-alcalde-de-quito-que-no-promueva-la-violencia

[8] https://www.youtube.com/watch?v=ooxBqnqm12U

[9] https://www.youtube.com/watch?v=6cGX3EQCjOg

[10] https://www.youtube.com/watch?v=sdgYAWlgfVc

[11] Rispetto a questo punto non c’e`riconoscimento legale nella legge organica elettorale. Secondo l’art. 380 si possono aprire solo le schede che, secondo l’accusa, presentano inconformità con i voti ufficiali.

[12] https://www.youtube.com/watch?v=t6P45tZHJU4

[13] L’unico canale che non riserva l’intera copertura del pronunciamento dei dati ufficiali del CNE ‘e ECUAVISA che, 20 minuti prima del termine dell’atto ufficiale, interrompe per trasmettere una telenovela.

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